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Lot 31: An amphora, Faenza, circa 1560

Majolica

by Cambi Casa d'Aste

25 October 2016

Genoa, GE, Italy

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  • An amphora, Faenza, circa 1560
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Description: Maiolica Altezza totale cm 52. Lacune alle anse e piede rifatto in ceramica Provenienza: collezione privata, Anfora di foggia molto armoniosa con ampio corpo ovoidale, poggiante su alto piede, rifatto fino al colletto; dalla spalla si sviluppa verticalmente un collo ampio e a bocca estroflessa, si cui lati sono saldati i manici, che sono serpentiformi e con l’attacco inferiore poggiante su un mascherone a rilievo, applicato a metà circa del corpo dell’anfora. Su una delle due facce è istoriato un episodio di storia antica e sull’altra uno stemma sorretto ai lati da due figure allegoriche. Dipinta in arancio, giallo e azzurro. Questa tipologia di grande anfora fu prodotta dalle più prestigiose botteghe di Faenza, come la Calamelli e la Bettisi1, ma in numero ridotto un po’ perché solo “da pompa” e un po’ per l’impegno tecnici dovuto alla sua struttura a corpo ampio, aggregato ad un piede piuttosto piccolo e a stretto colletto, come le affini realizzazioni in metallo. Sicuramente dedotte da uno specifico modello incisorio sono le parti istoriate di quest’opera, distribuite a campo libero su larga parte del ventre. Nel caso della complessa scena istoriata, c’è chi ha suggerito si tratti del “Giudizio di Salomone”, ma i personaggi, visti gli abiti, orientano piuttosto verso i protagonisti di un fatto di storia romana. Aggiungiamo dunque che possa trattarsi di Soemo, re di Armenia, Sophene e Gordyene, qui a lato sinistro della composizione, che con la moglie e il figlio, raffigurati al centro, chiedono all’imperatore Lucio Vero la restituzione del trono: interpretazione iconografia che trova appoggio in un’incisione di Piranesi tratta da un particolare dell’arco di trionfo dello stesso imperatore.Tuttavia crediamo non sia neppure da escludere che possa trattarsi di un episodio della vita di Coriolano (LIVIO, Ab Urbe condita, II, 40), piuttosto evocata sulla maiolica italiana istoriata, faentina compresa, con il comandante romano che, animato da risentimento verso Roma, accampatosi alle porte della città la vuole attaccare, unito ai Volsci con cui si era alleato: è soggetto replicatamente richiamato sull’istoriato italiano, sia faentino sia urbinate, in cui si predilige illustrare soprattutto il momento toccante in cui la madre Veturia e la moglie Volumnia, che gli porge uno dei figli, lo implorano di risparmiare la città. La scena, di squisita fattura pittorica, è frutto dell’abile mano di uno dei maestri, meno fortunati rispetto ai capi bottega per i quali lavoravano, fors’anche in maniera occasionale o episodica, perché il loro prezioso contributo artistico per ora è anonimo. Sono personalità che manifestano notevole esperienza pittorica e dotate di ampi orizzonti culturali, specie nella conoscenza delle fonti iconografiche bibliche e profane più in voga, che le portano al superamento dello standard del repertorio decorativo dei vasellami “bianchi” non istoriati, quelli con singole figurine allegoriche, un puttino, un soldato ecc. Stilisticamente le figure dalle forme espanse mostrano notevole consonanza con il manierismo di Romanino Cimatti (i profili delle matrone e le anatomie delle gambe), che nella bottega di Francesco Mezzarisa a Faenza, data “1556” un grande al albarello3, oggi al Bargello: qui però esse sono alleggerite da una gamma cromatica tenue in cui domina l’azzurro diluito, accuratamente dosato nelle velature, disposte all’interno del disegno, dotato di particolare scioltezza e sottigliezza dei contorni. Oltre all’albarello del Cimatti, fondamentali per circoscrivere la datazione di quest’opera sono un’anfora in raccolta privata, con “Tuccia” e “Cesare incorona Pompeo”, del “1558”, e un piatto con la battaglia del Metauro, datato “1569”, del Museo di San Mar tino di Genova2. Non meno interessante è l’altra faccia sui cui campeggia uno stemma (c), che ipotizziamo essere, almeno nelle componenti figurate, quello della famiglia istriana Calucci di Rovigno, senza escludere neppure quello di altre famiglie, quale quella siculo- calabrese dei Polizzi; nel caso dei Calucci si tratta di una ipotesi, poiché manca tuttavia l’appoggio del colore3, dato anche dalla limitata gamma cromatica della maiolica. Inoltre, ai fini di una auspicabile approfondimento dell’appartenenza araldica di questo stemma, segnaliamo uno stemma simile su un grande vaso biansato, di Montelupo, datato “1541”, già nella collezione Alfred Pringsheim di Monaco di Baviera4(d). Lo stemma in esame è inoltre sorretto ai lati da due maestose figure allegoriche. A destra è la Fortezza (f), che canonicamente stringe la colonna, mentre a sinistra è la Prudenza (g), che nell’iconografia aderisce alla descrizione e alla figura della stessa allegoria descritta nell’“Iconologia” di Cesare Ripa (h), pubblicata alla fine del ‘500, ossia “Donna con elmo dorato in capo circondato da una ghirlanda delle foglie del moro: haverà due facce come s’è detto di sopra, nel- la destra mano terrà una frezza, intorno alla quale vi sarà rivolto un pesce detto Ecneide, ovvero Remora, che così è chiamato da latini, il quale scrive Plinio, che attaccandosi alla nave ha forza di fermarla, perciò è posto per la tardanza; nella sinistra terrà lo specchio, nel quale mirando, contempla se stessa” 5. E’ allegoria bifronte dunque (i), che nell’avere “due facce” richiama quella della Menzogna (l), contenuta nell’edizione “Le ingegnose sorti ... intitulate Giardino di pensieri” di Francesco Marcolini da Forlì, stampata a Venezia nel 1550, entrata anch’essa nel repertorio dei “bianchi di Faenza” (m) 6. Infine, a differenza di altre opere faentine “istoriate compendiarie”, già ricordate, quali l’anfora con “Tuccia” del “1558” 67e il piatto con la battaglia del Metauro del “1569”, che presentano in primo piano una tabula iscritta con informazioni importanti, quali la data e il soggetto, in questo caso c’è solo da rimpiangere che il maiolicaro, pur avendo posto una analoga tabula, abbia tralasciato di tramandare qualcosa che potesse guidarci verso una più circostanziata collocazione di quest’opera in seno alla cultura dei “bianchi”: opera che costituisce in qualunque modo un raffinatissimo saggio di “pictura compendiaria” faentina. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1996, schede 1, 24 e 39. In par tico- lare è da segnalare quella, oggi a Ecouen, che sulla modana- tura del colletto del piede porta la segnatura “VR. FA”, della bottega di Virgiliotto Calamelli (RAVANELLI GUIDOTTI 1996, p. 136, fig. 24c). 2RAVANELLI GUIDOTTI 1996, scheda 91, pp. 362- 363. 3RADOSSI 1993, 181- 246, ad vocem Calucci. 4PRINGSHEIM, vol. I, 1994, n. 41. 5RIPA 1593, p. 508; v. anche l’edizione veneziana del 1645, p. 508, ad vocem “Prudenza”. 6RAVANELLI GUIDOTTI 1984, pp. 193, 196, Tav. LXII, a, b; EADEM 1993, p. 101, scheda 30. 7WILSON 1996, scheda 076, pp. 162- 163

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