WELCOME TO INVALUABLE
Be the first to know about
the latest online auctions.
Please enter a valid email address (name@host.com)
Sign Up »
PS: We value your privacy
Thank you!
 
 
Want to learn more
about online auctions?
Take a Quick Tour »
 
Invaluable cannot guarantee the accuracy of translations through Google Translate and disclaims any responsibility for inaccurate translations.
Show translation options
Auction Description for Cambi: Majolica
Auction Description:
An important selection of majolica works from the Renaissance to the Baroque

Majolica (89 Lots)

by Cambi Casa d'Aste


89 lots with images

25 October 2016

Live Auction

Genoa, GE, Italy

Sort by:  
Lots with images first
Per page:  
A jug, central Italy (probably Viterbo), first half of the 15th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica, altezza cm 31 fratture e integrazioni restaurate Provenienza: collezione privata, l boccale presenta corpo ovoidale, poggiante su ampia base piatta con accenno di piede, e lungo colletto, con modanature e bocca svasata ad orlo leggermente richiuso all’interno. Il manico, in parte restaurato, è a nastro con profilo sinuoso. Sulla zona frontale, all’interno di una ampia formella quadrilobata, campeggia uno stemma, mentre sulla restante superficie si dispongono fitti racemi a voluta e ai lati del manico delle fasce verticali che racchiudono una sequenza di triangoli con trifogli stilizzati. Sul colletto sono dipinte due fasce orizzontali con grosse pennellate verticali e parallele, simile a lambelli. Alla base del manico, decorato con pennellate orizzontali parallele, è tracciata una sorta segnatura, composta da una punta di freccia (o di un fiore stilizzato capovolto). Dipinto in blu (“zaffera” a rilievo) e giallo cedrino. L’opera riveste un singolare valore documentario per il fatto che è noto il luogo in cui è stata recuperata, cioè Tuscania. L’ipotesi che possa essere stata realizzata nella stessa città è riferita però dubitativamente da Romualdo Luzi, il quale aggiunge che dell’antica Tuscia faceva parte anche Orvieto; tuttavia allo stato attuale delle conoscenze è più plausibile pensare a Viterbo, anche per strette analogie con il manico e il colletto decorato“a goccioloni”,di reperti di boccali simili rinvenuti nel viterbese1, cui s’aggiunga un boccale con simile decorazione a girali in “zaffera” e scudo araldico entro formella polilobata nella donazione Cora al Museo di Faenza2. Altro aspetto interessante è sicuramente la tecnica usata per rendere il giallo araldico dello stemma, che lo studioso riferisce ad Angelo Tartaglia di Lavello, signore di Tuscania dal 1414 al 14213; esso infatti mostra delle bande gialle ottenute con l’asportazione dello smalto bianco, che lascia scoperto il colore paglierino del corpo sottostante in “biscotto”: tecnica applicata all’araldica che nello stesso periodo cui si data questo boccale, cioè nella prima metà del XV secolo, è da segnalare contemporaneamente anche in ambito romagnolo proprio su boccali dipinti in “zaffera” a rilievo4. In merito alla decorazione e alla tecnica della “zaffera”, un interessante rimando è costituito da un albarello un tempo nella collezione Mortimer Schiff 5, oggi nel Metropolitan Museum di New York6, mentre per la foggia, stringenti confronti, si possono istituire con boccali recuperati in area viterbese e orvietana7. 1LUZI 1991, pp. 193 e s. n. 46, 197 fig. 12 e 13. 2BOJANI- RAVANELLI GUIDOTTI- FANFANI 1985, scheda 224, p. 98. 3LUZI 1991, p. 194. 4RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 180- 182. 5SEYMOUR DE RICCI , n. 4 (attr. Florence, inizio ‘400). 6BELLINI- CONTI 1964, p. 59 A. 7LUZI 1991, pp. 194, 197, 211, 232, 233, 237,238, 239, 240. Un boccale, ascritto a Viterbo o Toscana, è nel Museo del Vino di Torgiano (LUNGAROTTI-TORELLI 2006, p. LXXXI). Bibliografia L’opera è pubblicata in: LUZI 1991, p. 194, fig. 10.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, central Italy (probably Viterbo), first half of the 15th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica, diametro cm 15,7 rotture e una lacuna al bordo Provenienza: collezione privata, Si tratta di una ciotola a profilo svasato, breve orlo verticale e piede a disco. All’interno del cavetto, entro medaglione circolare, delimitato da due filettature, campeggia il busto di un uomo di profilo, che indossa un mantello e un berretto schiacciato; il busto è affiancato da due foglie di quercia con bacche. Attorno al medaglione, fino all’orlo si dispone una fascia suddivisa in settori regolari scanditi da fasci con tre linee, che racchiudono una foglia stilizzata (di quercia?). La su- perficie del verso è smaltata, eccettuato il piede, e verso l’orlo è ornata di una stretta fascia con bacche. Dipinta in blu (“zaffera”) a rilievo e bruno. Prodotti tecnicamente decorati con una “zaffera” densa, vetrosa, di colore blu cupo, quasi nerastro, sono usciti abbondantemente nel corso del XV secolo da diverse officine dell’Italia centrale, toscane, umbre e alto-laziali, particolarmente da Viterbo. A quest’ultimo ambito si sembra possa riferirsi questa piccola coppa, in cui, oltre allo stilema ricorrente della foglia di quercia con le bacche, risalta il profilo virile nel quale è sintetizzata tutta la carica espressiva, della stilizzazione del “ritratto”, suggestionato dalla pittura tardo-gotica.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A jug, Tuscany (oretina area), first half of the 15th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Altezza cm 16, 6 buona conservazione Provenienza: collezione privata, Il boccale mostra ventre piriforme, poggiante su ampia base piatta, con accenno di piede, bocca trilobata e largo manico a nastro. Sulla zona frontale è dipinto un grande giglio araldico, a campo libero, di tipologia ancora piuttosto “arcaica”, su uno sfondo con foglie di quercia stilizzate e bacche. Sul colletto, entro fascia orizzontale delimitata da due filettature, è dipinta una sequenza di grosse pennellate verticali. Il manico è decorato con una sequenza di sottili pennellate orizzontali e all’attacco inferiore presenta un segno geometrico (una segnatura?). Dipinto in blu “zaffera” e bruno violaceo di manganese. Questa foggia di boccale, piuttosto panciuto alla base, è comune sia all’ambito romagnolo sia a quello toscano. Tuttavia il motivo decorativo del colletto, simile al vaio araldico, è molto diffuso nella produzione toscana, così come il tema centrale, il giglio “fiorentino”, che si trova similmente dipinto in “zaffera” a rilievo, ad esempio, su orci biansati attribuiti alla zona fiorentina del Victoria and Albert Museum di Londra, del Musée des Arts dècoratifs di Lyon, nel Museo di Capodimonte a Napoli, ecc.. 1 1 ALINARI- BERTI 1991, pp. 27- 57, 259-260

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Ferrara, late 15th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Ceramica ingobbiata, graffita e invetriata Diametro cm 20 Conservazione: incrinature Provenienza: collezione privata, Ciotola emisferica, a breve orlo verticale e basso piede a disco. Sul recto all’interno di una formella polilobata gotica, è dipinto un busto d’uomo di profilo e volto a sinistra, con alto cappello piumato e capelli a caschetto; all’altezza della bocca e dietro la nuca si dispongono due tralci di foglie dentellate, stilema dedotto dalla miniatura, su sfondo punteggiato. Verso il bordo si notano altre foglie simili ed una stretta fascia a mo’ di treccia. Sul verso, attorno all’orlo sono graffiti una stretta fascia a treccia stilizzata e una sequenza di brevi tratti; larga parte della superficie risulta invetriata, mentre il piede è lasciato a “biscotto”. Superficie dipinta con variegature in bruno “ferraccia” e verde “ramina”. Siamo di fronte ad un raffinato campione di “graffito padano rinascimentale”, genere ceramico che nel ‘400 di sviluppa prevalentemente in area settentrionale, con molti centri produttori concentrati tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Per l’aspetto stilistico quest’opera è strettamente correlabile ad altra redazione, appartenuta alla collezione Campe di Amburgo e poi a quella di Mortimer L. Schiff di New York, dispersa a Londra nel 1938, oggi nel Toledo Museum1, al punto da ipotizzare che si tratti della stessa mano d’artefice; accomunano infatti le due redazioni il ductus del bulino che incide senza esitazioni la piegatura del sopracciglio e della bocca, la foggia del cappello piumato, la pettinatura a caschetto a tre ondulature dei capelli, la formella polilobata di gusto tardo-gotico che incornicia il ritratto, rigorosamente di profilo secondo la ritrattistica delle medaglie del ‘400: tant’è che non è da escludere si sia voluto evocare Gianfrancesco Gonzaga, Signore di Sabbioneta, del quale in effetti, osservando la medaglia dell’Antico (Pier Jacopo Alari Bonacolsi), si possono colgliere alcune affinità fisionomiche. Alcuni esemplari “graffiti”, dotati di simile impianto decorativo, con il tema centrale inscritto in una formella polilobata, sono attribuiti a Ferrara2. 1COLE 1977, n. 50, pp. 98-99; BELLINI- CONTI 1964, p. 168, fig. C. 2MAGNANI - MUNARINI 1998, pp. 126-137. Bibiografia L’opera è pubblicata in: RAVANELLI GUIDOTTI 2016, pp. 13-14.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Ferrara, late 15th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Ceramica ingobbiata, graffita, dipinta e invetriata, Diametro cm 15 rottura trasversale e piccole incrinature Provenienza: collezione privata, Ciotola emisferica, con profilo carenato, orlo pronunciato e piede ad anello. All’interno del cavetto campeggia la testa di un cherubino (a), dotato di quattro paia di ali, entro formella polilobata gotica, chiusa all’esterno da foglie stilizzate disposte fino all’orlo, che è marcato da una stretta fascia simile ad una treccia. Il verso della ciotola è ornato su due fasce rispettivamente con un motivo a treccia e con una sequenza di foglie. Dipinta con variegature in bruno “ferraccia” e verde “ramina”. La decorazione integrale fa di questa ciotola un raffinato campione di “graffita rinascimentale padana”, culturalmente riferibile all’ambito ferrarese. Il tema centrale inoltre trova corrispettivi coevi nel vasellame in maiolica, e in alcune mattonelle della “pulcherrima silicata” della cappella Vaselli in San Petronio a Bologna, eseguita intorno al 1487 (b), in cui compaiono gli stessi cherubini, difensori celesti degli uomini, raffigurati canonicamente con sei paia di ali, oppure anche solo quattro, e talvolta anche con la bocca socchiusa come in atto di cantare, così infatti in questo caso1. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1988, pp. 171- 179. Bibliografia L’opera è pubblicata in: GALEAZZI-VALENTINI 1975, p. 31.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Ferrara, late 15th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Ceramica ingobbiata, graffita, dipinta e invetriata Diametro cm 23 fratture e incrinature Provenienza: collezione privata, L’opera presenta ampio cavetto a profilo svasato, breve orlo piatto e piede a disco leggermente incavato. All’interno del cavetto campeggia il busto di un uomo, volto di profilo a sinistra, con capelli a caschetto, mantello e cappello a calotta. Alle sue spalle si apre la siepe “a graticcio” dell’hortus conclusus tipicamente rinascimentale, che ai lati include due alberelli e due rosette; lungo il bordo si dispone una stretta fascia a motivi geometrici. Sul verso, attorno al piede, si ripetono sei moduli decorativi composti da una forma quadrangolare, tagliata da segni in verticale e in orizzontale. Dipinta con variegature in bruno “ferraccia” e verde “ramina”. Nel secondo ‘400 la pratica del disegno, come ben prova quest’opera, sembra diventare familiare anche ai ceramisti. Compaiono sempre più frequentemente ritratti femminili, le cosiddette “belle”, ed alcuni ritratti maschili, più rari nelle forme maiolicate e dipinte ma non infrequenti invece nelle forme “graffite”, specie emiliane (bolognesi, carpigiane, modenesi ecc.), che vengono trascritti a vasto raggio sul vasellame “amatorio” o celebrativo, in virtù di elementi colleganti con le altre arti, quali medaglie, miniature, formelle lignee da soffitto, nielli e silografie. In questo caso la materia tecnica – l’ingobbio – è lavorata finemente dal bulino del ceramista, che si cura di condurre i contorni sottili e senza pentimenti, così come dimostra per delineare il profilo del volto del personaggio, ritratto in posa, di aristocratico portamento, del quale è da notare l’originale stilizzazione del taglio dell’occhio con la palpebra appoggiata alla pupilla. Strette analogie si riscontrano con un piatto “graffito”, ascritto a Ferrara all’ultimo quarto del XV secolo, della raccolta Pasetti di Ferrara1. 1VISSER TRAVAGLI 1990, p. 47, scheda 22.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Romagna (probably Faenza), late 15th century - early 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Ceramica ingobbiata, graffita, dipinta e invetriata Diametro cm 20 Lacune restaurate Provenienza: collezione privata, Il piatto presenta cavetto liscio a profilo svasato, breve orlo arrotondato e rialzato, e piede a disco leggermente incavato. All’interno del cavetto campeggia un busto di donna, volto di profilo a sinistra, con i capelli raccolti in una vistosa cuffia a casco (a). Sullo sfondo si dispongono rosette in ordine sparso. Il verso è ingobbiato e invetriato, mentre il piede è lasciato a “biscotto”. Dipinto con variegature in bruno “ferraccia” e verde “ramina”. La materia di fondo - l’ingobbio - di calda tinta in bianco avorio, i freschi tocchi di ossidi metallici (“ferraccia” e “ramina”) non invadenti, la sottigliezza del segno “graffito”, l’assenza del graticcio dell’hortus conclusus di fondo, conferiscono alla composizione un’ariosità non comune. Inoltre, nell’ambito della vasta produzione a “ritratto graffito” emiliano- romagnolo rinascimentale, questa versione si impone per la stretta parentela stilistica con versioni coeve faentine, dipinte su maiolica, come, ad esempio, può confermare il confronto con la celebre “Maria Bella” del Museo di Faenza (b). Pressoché uguali l’impianto della figura e lo stilismo del profilo, di proporzioni molto concentrate rispetto allo sviluppo del collo, che invece è di imponente forma a cono, secondo una concezione “amatoria” del “ritratto” femminile totalmente astratta, in una sintesi mai più raggiunta in seguito. Bibliografia L’opera è pubblicata in: REGGI 1971, fig. 103 (esposta alla Mostra La ceramica graffita in Emilia Romagna, Mo- dena 1971); RAVANELLI GUIDOTTI 2000, p. 170, fig. 15 b.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Romagna (probably Faenza), early 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Ceramica ingobbiata, graffita, dipinta e invetriata Diametro cm 23 Due lacune restaurate Provenienza: collezione privata, L’opera mostra corpo ad ampio cavetto concavo, orlo rialzato e basso piede a disco. All’interno del cavetto campeggia un busto di donna, volto a sinistra, con i capelli raccolti in un balzo e abito a profonda scollatura (a), che valorizza il collo ornato da un filo di perle; alle spalle del busto si snoda sinuosamente un cartiglio,su cui è“graffita” la legenda dedicatoria “CHAGENVA BEL(L)A”, e si intravedono altresì sullo sfondo due alberi con fronde “a graticcio” e rosette. Sul verso, all’orlo, sono tracciate due fasce con motivo a treccia e sequenze di trattini verticali. Dipinta con variegature in bruno “ferraccia” e verde “ramina”. Anche questa versione, come quella sopra esa- minata, nell’impostazione complessiva applica strettamente la stessa cultura rinascimentale del “ritratto”, maturata sull’osservazione, ad esempio, di repertori offerti da talune edizioni ornate di silografie e da certi codici miniati settentrionali (De Claris Mulieribus, “Tutte le dame del re”, di Giovanni Ambrosio Noceto, ecc.) (b), comune altresì alle coeve versioni dipinte su maiolica, specie romagnole del primo ‘500, caratterizzate dalla stessa rigatura del tessuto dell’abito, così come la manica legata da nastri e, non ultimo, l’uso di celebrare e tramandare in un largo cartiglio il nome della destinataria unito all’epiteto canonico e ideale, cioè “bella”. Bibliografia L’opera è pubblicata in: REGGI 1971, fig. 102 (esposta alla Mostra La ceramica graffita in Emilia Romagna, Mo- dena 1971, con attribuzione a Bologna, inizio sec. XVI); RAVANELLI GUIDOTTI 2000, p. 170, fig. 15 .

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A jug, venetian workshop, late 16th century - early 17th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Ceramica ingobbiata,“graffita”, dipinta e invetriata Altezza cm 20 Rotture e piccole integrazioni Provenienza: collezione privata, Il boccale presenta ventre sferoidale, larga bocca ad alta parete svasata e orlo estroflesso, ampio appoggio piatto con accenno di piede e manico a nastro, con attacco inferiore “a pinzatura”. Sulla zona frontale è tracciato, nella tecnica mista a “graffito” lineare e a fondo ribassato (“cham- plevé”), uno stemma inquartato in decusse (o in croce di Sant’Andrea), a scudo ovale con cornice accartocciata e legato ai lati da nastri; sui fianchi motivi fasce e motivi geometrici, mentre sul manico sono tracciate linee parallele oblique. Dipinto in bruno “ferraccia” e verde “ramina”. L’opera trova numerosi confronti nel “graffito” veneto, particolarmente con la produzione di Legnago (b), documentata in vari rinvenimenti, tra i quali segnaliamo un frammento, recuperato in via Roma1, per la particolare affinità alla tipologia tecnica e decorativa del boccale in esame, al centro del quale campeggia lo stemma della famiglia Abrami. Conferma l’attribuzione di un altro boccale di area veneta, analogamente stemmato e di foggia del tutto simile a questo in esame, conservato nel Museo Civico di Spalato2. 1FIORONI 1962,Tav. XLVII. 2 Antiche ceramiche italiane 2001, p. 30.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Venice, Mastro Domenego workshop, 1560-70

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 25,3 incrinatura nel cavetto fermata con punti metallici. Provenienza: collezione privata, Il piatto presenta cavetto di media profondità, ampia tesa orizzontale, basso piede ad anello leggermente incavato. Sul recto, a piena superficie, è raffigurato il mito di Narciso, giovane cacciatore che si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua, ove troverà la morte; secondo il mito ovidiano (OVIDIO, Metamorfosi, III, 339- 510), fu invano amato dalla ninfa Eco, qui posta sulla destra. Sullo sfondo alberature e alte montagne. Verso smaltato. Dipinto in arancio, blu, bruno violaceo di manganese, giallo e verde. L’opera è un saggio della più canonica maniera maturata nella bottega di maestro Domenego, “depentor over bochaler”, figura dominante nel panorama della maiolica veneziana del secondo ‘500 , come attesta la qualità dei suoi lavori e l’imponente volume della sua attività, che si concentra in un periodo circoscrivibile tra il 1555 e il 1575, grazie ad alcune opere datate e autografe, quali, ad esempio, il corredo del grande Ospedale di Messina (“1562” -“1568”), e il grande piatto con “Il passaggio del mar Rosso”, del “1568”, del Museo di Faenza 1. Non è da escludere che anche quest’opera, sia pur non autografata, possa essere di mano del maestro. Presenta infatti caratteristiche stilistiche strettamente legate a opere certe dell’artista; in particolare affinità si riscontrano tra la testa di Narciso del nostro piatto e quelle di certi di putti, presenti in opere di Domenego, del Museo di Braunschweig e del Victoria and Albert di Londra; inoltre si riscontrano le stesse teste incluse nella decorazione di un simile grande albarello, che porta la data “156 (?)”, la cui ultima cifra risulta illeggibile, ma comunque sufficiente per poter circoscrivere la datazione tra il “1560” e il “1569”2. E’ un decennio in cui l’istoriato su maiolica di maestro Domenego acquista la sua massima pienezza manierista, espressa con un caldo pittoricismo formatosi su influsso della grande pittura veneziana, congiunto ad una materia cromatica, di brillante vetrosità, affinatasi attraverso la parallela tradizione vetraria. Particolarmente affascinante in questa versione risulta il dettaglio della figura di Narciso che, per avere respinto Giunone, si strugge per la sua immagine riflessa nell’acqua: straordinario bozzetto (b), che traduce con la sintesi talentuosa di un sol segno monocromo, la stessa figura del giovane: figura che iconograficamente potrebbe essere stata ispirata all’omonima incisione, attribuita dubitativamente a Gaspar Reverdino (c). Altre due versioni di “Narciso”, attribuite alla stessa bottega di Domenego da Venezia, ma iconograficamente con qualche variante sono nel Museo di Braunschweig 3, e in raccolta privata 4. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1989, pp. 43- 46, schede 3 e 4. 2RAVANELLI GUIDOTTI 2006, pp. 118- 123. 3LESSMANN 1979, scheda 626, p. 417) 4CHRISTIE’S 1992, lotto 280; CHRISTIE’S 1994, lotto n. 59.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
An albarello vase, Venice, master Domenego workshop, third quarter of the 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Altezza cm 39 buona conservazione, minime scheggiature e cadute dello smalto Provenienza: collezione privata, Albarello di grandi dimensioni, con corpo cilindrico, leggermente rastremato sulla zona mediana, a larga base piatta con accenno ad orlo svasato, e con bocca a bordo estroflesso. Sulla zona mediana è dipinto un largo cartiglio, con estremità arricciate, dipinto con un accostamento di blu e giallo d’attraente effetto setoso, che ospita la scritta farmaceutica “Mostard.a F. na”, tracciata in caratteri gotici; sulla restante superficie, su esili tralci, si dispongono pere, mele cotogne, cetrioli, corolle, uva, melanzane, bacche e foglie. Sulla spalla si snoda un tralcio continuo con foglie e verso la base una fascia di brevi tratti incrociati. Dipinto in arancio, blu, giallo e verde. Davanti ad opere come questa, sempre d’obbligo è ricordare Cipriano Piccolpasso e la sua opera didascalica, che in merito a questa veste a “Fiori” e frutta, tramanda che “Veramente queste sono pitture venetiane cose molto vaghe” 1. Essa veniva applicata talvolta su vasellami in smalto azzurro “berettino”, oppure generalmente su smalto bianco, sia su fogge “aperte” (piatti, “scudelle”, coppe ecc.) sia su forme “chiuse” (“boccie” sferoidali, con o senza manici, albarelli di altezza e diametro variabili), mantenendosi costantemente ancorata ad un formulazione dei “Frutti” descritti in forme larghe e naturalistiche, su esilissimi steli o girali, con foglie e bacche. Probabilmente questi vasellami erano destinati a contenere e conservare marmellate o sciroppi di frutta ed è quindi probabile che la scelta della veste decorativa volesse essere coerente con il contenuto; l’ipotesi trova conferma in questo caso anche dalla presenza del frutto del cotogno, la cui polpa, odorosa e soda, era impiegata dagli speziali per confezionare canditi e mostarde, come spesso veniva specificato nei cartiglio dipinto frontalmente, proprio per simili albarelli di grande capienza 3. Inoltre la “Mostarda f(ina)”, indicata nel cartiglio, è ricorrente nella maiolica da farmacia prodotta dalle botteghe veneziane del secondo ‘500, per lo più tracciata, come questo caso conferma, in eleganti caratteri gotici2. La “Mostarda Fina” era un composto che aveva un impiego prevalentemente alimentare e si credeva favorisse l’appetito. 1PICCOLPASSO 1879,Tav,. 28, Fig. 97. 2RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 77- 80 schede 23 e 24.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, second half of the 15th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 31,6 Rotture e integrazioni restaurate Provenienza: collezione privata, Il piatto presenta ampio cavetto, fondo e carenato, robusta tesa obliqua con bordo arrotondato e piede ad anello. Il “biscotto” mostra impasto depurato e di color paglierino rosato. Sul verso, all’interno del cavetto, campeggia la figura stante, volta a destra, di un uomo scalzo, legato alla caviglia sinistra con una corda ad un paletto piantato in terra. Indossa abiti da lavoro, con un grembiule, una calza, una tunica ed un cappello probabilmente di pelliccia. Con una mano stringe un cerchio con appese delle chiavi e sulle spalle con due stanghe trasporta una cassetta da lavoro: probabilmente si tratta di un chiavaiolo. Dietro di lui, all’altezza della testa, è dipinto orizzontalmente un largo cartiglio dalle estremità arricciate, sul quale sono tracciate delle lettere a comporre una legenda di incerto significato. La figura è contornata “a riserva”, in modo da essere separata dal fondo, che è disseminato di corolle, rametti, spiralette, puntini ecc. Sulla tesa si dispongono cinque coppie di melograni stilizzati, alternate ad altrettanti settori riempiti di fitte rigature parallele. Sul verso, all’interno del piede, è dipinta una “M”, in blu. Dipinto in blu (“zaffera”), con parche tracce di giallo e di verde. Siamo in presenza di un raro saggio figurativo appartenente al cosiddetto stile “italo-moresco”, famiglia decorativa concentrata soprattutto in Romagna e nelle regioni dell’Italia centrale, che elabora modelli ispano-moreschi “a lustro”, impiegando soprattutto un blu “zaffera” di tono cinerino, dai cui il nome di “tavolozza fredda”, con dettagli in giallo cedrino e in verde. La foggia che più la rappresenta è senza dubbio il piatto a cavetto carenato e con piede ad anello (o a cercine), mentre l’apparato decorativo si fonda sui principali filoni quattrocenteschi: epigrafico, fitomorfo, zoomorfo, araldico e figurato, sempre risparmiati dal fondo per mezzo di una cartella “a riserva”, entro sfondi ispirati ai modelli iberici, cioè minuti motivi vegetali, corolle, spiralette, puntini, palmette a ventaglio, rosette ecc. Un’importante novità di tale “famiglia”, che bene rappresenta lo “stile severo” della maiolica quattrocentesca, è rappresentata dall’acquisizione della figura: sono infatti documentate opere con “ritratti” e personaggi negli abiti del tempo1, sia curtensi sia popolari, formulati per lo più secondo una figuratività un po’ acerba, ma permeata di una vena descrittiva talvolta ironica, pienamente manifestata in quest’opera. Siamo infatti di fronte ad uno straordinario documento figurativo e di costume. L’arte del chiavaiolo dal Medioevo rivestiva un’importanza fondamentale nella vita quotidiana delle comunità cittadine e delle campagne, poiché, oltre alle chiavi si occupava di serrature cardini, chiavistelli, maniglie ecc. Aveva una sua corporazione, provvista di uno statuto e di un’insegna. Era mestiere particolarmente delicato sotto il profilo della legge, poiché il chiavaiolo poteva essere coinvolto in complicità in furti e scassi; per questo particolarmente severe erano le pene previste nei confronti di questi artigiani, come la scena di questo piatto pare proprio confermare. Peccato solo che la cripticità della legenda tracciata sul cartiglio impedisca al momento di ricavare altre informazioni, specie su possibili significati simbolici connessi all’immagine stessa. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 118- 130.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
Piccolo piatto Faenza, fine del XV secolo,

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 15,6 Lacune alla tesa integrate e visibili sul verso Provenienza: mercato antiquario, Si tratta di un “tondino”, ossia di un piatto di diametro contenuto a cavetto profondo, leggermente umbonato e apodo, dotato di una larga tesa ad orlo profilato. Nel cavetto, all’interno di un medaglione centrale, circondato da una fascia con sequenza di moduli tringolari, è racchiuso un busto di giovane, vòlto a sinistra, con cappello e capigliatura che scende ondulando fino alle spalle; tra il cavetto e la tesa è dipinta una stretta fascia di quadretti crocettati, mentre sulla tesa si dispone un motivo di embricazioni puntinate. Sul verso sono tracciate della filettaure concentriche (motivo “a calza”), soluzione adottata nella maiolica di Faenza dalla fine del ‘400 e gran parte del secolo successivo, e al centro dell’incavo dell’umbone si nota un segno a spirale. Dipinto in blu, bruno e giallo arancio. Il piccolo ritratto sia nella dominante in blu “zaffera” sia nell’enfasi delle proporzioni del capo rispetto alle spalle, rispecchia una discendenza dalla ritrattistica di gusto tardo- gotico della maiolica di Faenza. D’effetto inoltre è il segno piuttosto robusto e sicuro che linearmente sottolinea il profilo del giovane rafforzandolo, così come le velature che segnano il naso, le guance e il sopracciglio. Opera nel complesso di grande sobrietà stilistico-cromatica, che in questa fase tardo- quattrocentesca nel “ritratto” acquista una sua peculiare identità di genere, che nella maiolica faentina si esprime con busti femminili e maschili, prevalentemente sinistroversi, ma ancora privi del nastro o cartiglio dedicatorio, nei quali però iniziano a comparire dosate velature per ottenere per la prima volta chiaroscuri e conferire morbidezza ai tratti dei volti.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, late 15th century - early 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 24, 5 Fratture e lacune integrate Provenienza: collezione privata , Il piatto è dotato di cavetto piuttosto fondo, di tesa orizzontale con breve orlo profilato e di piede leggermente incavato e appena accennato. Sul recto, al centro del cavetto è dipinto un medaglione circolare, delimitato da una formella polilobata, entro cui campeggia la figura di un centauro accosciato, di sembianze femminili, che sembra sul punto di ricevere da sinistra un dardo e, quasi a proteggersi, porta la mano destra sul petto. Attorno al medaglione è dipinta una larga fascia ad embricazioni e sulla tesa si dispone un motivo di cerchi racchiudenti ciascuno una palmetta persiana fiorita, contorntata da spiralette. Sul verso è tracciato un motivo di cerchi concentrici, detto “a calza”, che vanno dal centro del piede fino all’orlo. Dipinto in arancione, blu e verde. Quest’opera è un interessante documento del Rinascimento faentino. La mitica figura al centro del cavetto deriva dall’esperienza maturata dall’équipe di artefici faentini, che partecipò all’impresa del pavimento maiolicato della cappella Vaselli in San Petronio a Bologna, databile intorno al 14871: pavimento il cui repertorio enciclopedico del tempo, lasciò un segno sul vasellame coevo e successivo, nel quale vengono elaborate, ad esempio, le stesse “palmette persiane”1(d), ma anche la soluzione di evidenziare il tema principale entro formella polilobata e a sfondo campito, in blu o in giallo, senza accenno di paesaggio, proprio come nel caso in esame. Così anche la figura del centauro, singolare per la sua trasformazione in sembianze femminili, si rifà ai soggetti di alcune mattonelle del pavimento petroniano, in cui sono presenti molti quadrupedi accosciati, con le zampe disposte alla stessa maniera, cioè con una delle due anteriori piegata all’indietro, così la punteggiatura della parte equina della stessa figura2.Tra le tante anticipazioni del repertorio petroniano, comprese le embricazioni riprese anche nel caveto del piatto in esame, conviene ricordare che esso segna la conquista del disegno di figura, facendo sì che si inauguri una sorta di fase pre-istoriata, che avrà una gestazione di alcuni decenni tra la fine del ‘400 e i primi del ‘500, prima di arrivare alla matura definizione formale e complessa della “istoria” . Si noti infatti quanto la parte umana del centauro esprima la stessa minuta, acerba maniera, non priva di delicato incanto, compresa l’enfatizzazione della mano sinistra, delle opere dei maestri anonimi del “primo-istoriato” faentino. Per la cronologia di opere come questa, è vero che ci si riferisce in via di massima alla data del citato pavimento bolognese o poco più, tuttavia talune fogge impiegate a Faenza per la “palmetta persiana” si mostrano adottate contemporaneamente per la “grottesca”, con date che coprono la prima metà del ‘500, e per i motivi “alla porcellana”, con opere datate dal 1521 al 1591: pertanto siamo propensi a portare la datazione di questo piatto ai primi del ‘500, anche in considerazione dell’esistenza di un piatto, con stemma e tesa “a palmette”, nel Museo di Faenza, datato “1524”3. 1RAVANELLI GUIDOTTI1 1998, pp. 169-190. 2RAVANELLI GUIDOTTI1 1988, nn. 582- 590. 3RAVANELLI GUIDOTTI 2004, pp. 124- 126, scheda 4. Bibliografia L’opera è pubblicata in: GALEAZZI-VALENTINI 1975, pagg. 116- 117.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, early 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 24 Fratture e integrazioni restaurate Provenienza: collezione privata, Piatto con basso cavetto leggermente umbonato e che sviluppa in un’ampia tesa svasata; bassa incavatura in corrispondenza del piede, solo accennato nel cerchio d’appoggio. Sul recto campeggia un busto di donna, destroverso, con un abito ad ampia scollatura e con rasatura alta dei capelli sulla fronte, che sono racchiusi in un ampio balzo. Dietro la testa della della figura si dispone un largo cartiglio su cui si legge il nome “FELICITA”. Sul verso sono tracciate delle fasce concentriche e nell’incavo del piede un cerchio. Dipinto in aran- cio, blu, bruno e verde. Dagli ultimi anni del ‘400 nella maiolica si rafforza il “ritratto” più o meno idealizzato e su fogge piane dei vasellami “d’amore”, al quale attendevano personalità anonime di artefici, a volte di eccelsa capacità stilistica, di limpida vena corsiva e interpretativa, di fresca vivacità di colori, che a Faenza sapranno conferire spiccate peculiarità al carattere delle “belle”. Dai primi del ‘500 si afferma il busto a piena superficie, voluminose matrone con prosperoso busto espanso, come buon augurio di fecondità, frutto di un singolare e talentuoso giuoco di linee geometriche flessuose, dinamiche e concentrate in un perfetto connubio con la circolarità del piatto, che non mirano a perseguire canoniche formule anatomiche. Il profilo inoltre si rafforza nella sua nitidezza lineare sia per mezzo di una fascia a velatura sia con la campitura, in un blu cupo di fondo, secondo una soluzione tipica del ritratto, sacro o profano, mutuata dalla pittura rinascimentale, proprio come questa Felicita dimostra. Bibliografia L’opera è pubblicata in: GALEAZZI-VALENTINI 1975, p. 121; RAVANELLI GUIDOTTI 2000, p. 99, Tav. A; RAVA- NELLI GUIDOTTI 2000, p. 100, fig. 95. L’opera inoltre è stata esposta nel 1975, alla Mostra Mercato Inter. dell’Antiquariato di Firenze, Palazzo Stroz- zi (Cat.p.152).

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, early 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 22,5 Fratture e piccole integrazioni restaurate Provenienza: collezione privata, Piatto con basso cavetto leggermente umbonato e che sviluppa in un’ampia tesa svasata; bassa incavatura in corrispondenza del piede, che è solo accennato nel cerchio d’appoggio. Sul recto campeggia un busto di donna, vòlto a sinistra, con un abito ad ampia scollatura e con rasatura alta sulla fronte dei capelli, che sono racchiusi in un balzo. Alle spalle della figura si dispone un largo cartiglio su cui si legge il nome “ANTILA”. Il bordo del piatto è profilato da una stretta fascia con archetti e filettature. Sul verso sono tracciate delle fasce e nell’incavo del piede un piccolo cerchio. Dipinto in arancio, blu, bruno e verde. Siamo di fronte ad uno dei più canonici saggi della tipologia delle “belle” faentine a piena superficie. Questa Antila tuttavia è bellezza di femminilità muliebre più popolare, generosa e schietta, di bella astrazione ma più domestica rispetto ad altre versioni più auliche di “belle”. La stilizzazione mostra infatti forme un po’ più convenzionali, che in molti casi analoghi si differenziano solo per minimi dettagli 1, in cui prendono il sopravvento il volume delle acconciature, sempre a cuffia (o balzo) ricamate o a reticolo, l’ampio scollo che può ospitare catenelle o vistosi nastri di seta che si dispongono come collane sul seno che prorompe dal busto sempre stretto; si tratta in tutti i casi di organismi figurativi governati da armoniche orditure di fasci di linee geometriche, bene accordate al largo graticcio delle ampie maniche legate da nastri, di cisuro effetto decorativo. La faentinità di tale produzione è provata da innumerevoli frammenti recuperati in siti urbani, che si conservano nelle raccolte didattiche del Museo di Faenza, dotati degli stessi stilemi presenti negli esemplari più integri2. 1RAVANELLI GUIDOTTI 2000, pp. 262-263, scheda 59. 2RAVANELLI GUIDOTTI 2000, pp.101- 105. Bibliografia L’opera è pubblicata in: GALEAZZI- VALENTINI 1975, p. 121; RAVANELLI GUIDOTTI 2000, p. 101 figg. 97-98, p. 262 fig. 59. L’opera è stata esposta nel 1975, alla Mostra Mercato Inter. Dell’Antiquariato di Firenze, palazzo Strozzi (Cat.p.153).

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, first half of the 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 26 Fratture e piccole integrazioni restaurate Provenienza: collezione privata , Il piatto mostra largo cavetto fondo, leggermente umbonato, ampia tesa con breve orlo e piede appena accennato solo nel cerchio di appoggio. Al centro del cavetto, all’interno di un medaglione, è dipinto il busto di una “bella” vòlto a sinistra, con i capelli che scendono ordinatamente fino alle spalle e in parte raccolti dietro la nuca in un velo ricamato. Attorno al medaglione si dispongono tre strette fasce con motivi vegetali e geometrici, mentre la tesa risulta integralmente campita da embricazioni puntinate in bianco su bianco. Filettature blu e gialle all’orlo. Sul verso, nell’incavo del piede è dipinto una sorta di asterisco e un punto, mentre sulla restante superficie si notano dei motivi “alla porcellana” molto diradati. Filettature attorno al piede e all’orlo. Dipinto in arancio, bruno, blu, verde e bianco su bianco. Al di là che il tema centrale sia una “bella” di interpretazione non comune, l’opera nel complesso rientra nel repertorio che, secondo un’espressione registrata nei documenti faentini dei primi del ‘500, ottenne fortuna sotto l’affascinante denominazione di “vaghezze e gentilezze di Faenza”. Si tratta infatti, come questo caso dimostra, del connubio raffinato tra una tematica vaga e gentile, espressa con sofisticatissimi effetti di sopraccolore sullo smalto, il cosiddetto “bianco su bianco”, che trova nelle date di due opere nel Castello Sforzesco di Milano, ripetitivamente il “1534” e il “1567”, importanti riferimenti cronologici1. Anche la decorazione sul verso, “alla porcellana”, pur enfatizzata nelle sue componenti vegetali, trova riscontro con materiali recuperati in siti locali; altrettanto la segnatura dell’asterisco, che si documenta in reperti faentini,anche decorati“a grottesche”, come dimostra, ad esempio, il piatto nella scheda n. 21 di questo catalogo. La figura della “bella” inoltre manifesta dei tratti fisionomici che colgono quelli reali del volto della giovanetta cui era destinata l’opera, attraverso i quali si manifesta un’espressione di tenera grazia, resa con amorosa cura dal pittore, che si sofferma sui ricami del piccolo velo posto ad ornamento dell’acconciatura. 1RAVANELLI GUIDOTTI 2000, scheda 127 e 128, pp. 113- 131. Bibliografia L’opera è pubblicata in: GALEAZZI- VALENTINI 1975, p. 57; RAVANELLI GUIDOTTI 2000, pp. 111- 112, fig. 142.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, first half of the 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 24 Frattura trasversale e lacune integrate Provenienza: collezione privata, La foggia di quest’opera nel ‘500 era detta “tagliere”, cioè piatto a basso cavetto, leggermente umbonato corrispondente ad un piede marcato dal solo appoggio circolare e a basso incavo; la tesa è ampia e ad orlo appena accennato. Nel cavetto, all’interno di un medaglione, campeggia il busto di un orientale, vòlto a sinistra, con turbante e mantello, associato ad un cartiglio orizzontale, su cui è tracciato il nome “AIORRE”. Attorno al medaglione si dispone una stretta fascia con dischetti e lunghi steli che reggono delle “palmette persiane”, del tipo sia fiorito sia a pigna, dipinte sulla tesa su uno sfondo disseminato di spiralette. Lungo il bordo filettature e stretta fascia ad archetti. Sul verso motivo “a calza”, composto di filettature concentriche che si concludono a spirale al centro. Dipinto in arancio, giallo e blu. Nella ritrattistica faentina, dalla fine del ‘400 fino a tutta la prima metà del secolo successivo, oltre alle “belle”, svariati sono i personaggi maschili, anche orientali, che in molti casi richiamano quelli effigiati nelle miniature e nelle silografie, come nei celebri “Habiti antichi” di Cesare Vecellio, di matrice culturale tizianesca, in cui, secondo l’iconografia più diffusa, sono tramandati personaggi esotici con vistosi turbanti sotto i quali spunta un profilo reso acuto per il taglio della barba, corta, aguzza e pettinata in avanti con la punta arricciata ad uncino (c). Conferma questa visione dell’ “orientale” anche un altro piatto in cui è raffigurato un personaggio con un cartiglio che porta il nome “Achille” 1: per tanto, se ipotizziamo che la scritta “AIORRE” del nostro piatto stia per Ettore (corrotto in ATORRE), potrebbero entrambi far parte di una serie evocante personaggi del poema omerico. Tuttavia non vogliamo neppure scartare l’ipotesi che sul piatto in esame si volesse evocare un altro personaggio, ad esempio Averroè, filosofo, matematico e medico arabo, nato nella Spagna musulmana, il cui nome però risulterebbe palesemente scritto in forma molto corrotta. Circa la cronologia di questa tipologia di opere in cui il soggetto principale è contornato da un giro di elengantissime “palmette persiane”, vale quanto abbiamo già notato in questa sede per il piatto con il centauro (scheda 14), che cioè fondamentale riferimento è fornito da un piatto nel Museo di Faenza, datato “1524”2. 1Il piatto è nella collezione della Cassa di Risparmio di Parma (GARDELLI 1986, scheda 74). 2RAVANELLI GUIDOTTI 2004, pp. 124- 126, scheda 4. Bibliografia L’opera è pubblicata in: GALEAZZI-VALENTINI 1975, pp. 118- 119; RAVANELLI GUIDOTTI 2000, pp. 48- 49, fig. 44.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
An apothecary vase, Faenza, mid 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Altezza cm 21 buona conservazione Provenienza: collezione privata , L’opera mostra corpo ovoidale poggiante su base piatta e con accenno di piede svasato; il colletto è a parete alta e cilindrica, e la bocca ha un orlo leggermente estroflesso; il corpo è dotato di versatore a tubetto e di robusto manico a nastro. Sulla zona anteriore, sotto il beccuccio, che è campito in giallo e finito alla base con un motivo a smerlo, si dispone un medaglione che racchiude un busto muliebre vòlto a sinistra, associato alla lettera “N”, graffita sul fondo a campitura blu, probabilmente iniziale del nome della donna, che è vestita con un mantello legato sulla spalla a mo’ di clamide; sull’altro lato del busto è ugualmente graffita l’iniziale “B”, plausibile abbreviazione dell’epiteto “Bella”. La restante superficie è dipinta con motivi “alla porcellana” , riservati al fianchi del manico, e verso la base, su un cartiglio, si legge la scritta farmaceutica “IVELEP. D. RIBES” (giulebba di ribes). Dipinta in blu, giallo e verde. Brocca di bella fattura, appartenente alla nota classe decorativa detta “alla porcellana”, dipinta prevalentemente in blu, di ispirazione sinica estremo-orientale, trasfusa nel corso del ‘500 nei repertori italiani attraverso i traffici col Levante, riportata da Cipriano Piccolpasso, massimo didascalico della maiolica italiana, con la dizione che ancora oggi si adotta comunemente. E’ classe decorativa così fortunata che è attestata in non meno raffinate e coeve testimonianze in aree venete, liguri, toscane, marchigiane, umbre e laziali, tant’è che in molti casi non è consentita una chiara identificazione di fabbrica o di provenienza. Comuni infatti ai vasellami “alla porcellana” delle officine delle aree su accennate sono i dettagli graffiti sul blu, specie nei lobi dentati, così pure l’inserimento all’interno di un medaglione di un tema figurato, a volte policromo, in questo caso una “bella”, ma spesso di valenza simbolica, quali ad esempio, un coniglio, un’anitrella, un pavone, un motto ecc., come dimostrano, ad esempio, tre brocche della donazione Mereghi, nel Museo faentino1 . Per quanto riguarda Faenza, si può far risalire tale motivo esotico, come vera e propria classe decorativa dominante, solo dai primi del ‘500 con un sensibile incremento nel corso della prima metà del secolo, come confermano abbondanti reperti recuperati in scavi effettuati a Faenza, in gran copia nelle raccolte didattiche del Museo faentino. Offrono inoltre precisi riferimenti cronologici anche alcuni vasellami: un piatto del Victoria and Albert Museum di Londra, del “1510”, un frammento del “1521”, “tondino” delle raccolte del Museo del Castello di Milano del “1539”, che conserva anche una brocca del tutto simile a questa2, e altri due frammenti, recuperati in contesti faentini, datati rispettivamente “1561” e “1591”3. La dicitura farmaceutica dipinta nel cartiglio si riferisce alla giulebba di ribes, che veniva impiegata contro la dissenteria. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1987, schede 38-40, pp. 150- 154. 2RAVANELLI GUIDOTTI 2000, scheda 120, pp. 123- 124. 3RAVANELLI GUIDOTTI 1998, p. 265. Figg. 1 e 2.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Faenza, Baldassarre Manara, circa 1535

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 24,8 buona conservazione; minime connessioni al bordo e all’attaccatura del piede Provenienza: collazione privata , Coppa a cavetto liscio con orlo leggermente rialzato ed ampio piede svasato. A piena superficie è istoriato il mito di Atteone mutato in cervo (OVI- DIO, METAMORFOSI, III, 138- 252). In particolare è fissato il momento in cui il giovane, durante una battuta di caccia, sorprende Diana e le ninfe sue compagne, intente al bagno. La dea adirata è raffigurata sul punto di gettare acqua su Atteone, così da trasformarlo in cervo. Qui però il giovane ha ancora le sembianze di pastore e non è seguito dai cani che, dopo la metamorfosi in cervo, non riconoscendo il padrone, lo sbraneranno. Dipinto in arancio, bruno, blu, giallo, nero e verde. Questa poetica versione di Atteone fa parte nel corpus pittorico del Manara, maiolicaro faentino la cui attività, per le opere datate, ad oggi è documentata tra il 1532 e il 1538. Anche se non è datata, questa coppa è uno dei saggi più riusciti del maestro, in cui egli manifesta copiosamente e magistralmente tutti gli stilemi a lui peculiari (blocchi rocciosi a scaglie, città murate con alti edifici in lontananza, montagne all’orizzonte che sembrano cristalli di ghiaccio ecc.), cui va aggiunta una particolare qualità cromatica, fragrante di verdi e azzurri emulsionati, e di orizzonti in cui il giallo sfuma nell’azzurro in un momento indefinito di alba/tramonto. Inoltre la stessa posa aggraziata dei suoi protagonisti e la bonaria concretezza delle forme delle figurine femminili ignude (seno arrotondato col capezzolo marcato), li ritroviamo anche nei piatti datati “1534” e “1535”, con “Narciso” e con “La Resurrezione” del Victoria and Albert di Londra, e con “Tuccia” , del British Museum, con “Esaco ed Esperia” di raccolta privata, con “Atalanta e Ippomene” del Fitzwilliam Museum di Cambridge, con “Il Trionfo del tempo” dell’Ashmolean Museum di Oxford, ecc.1. Questa coppa passò all’asta londinese di Christie nel giugno 1992, come opera vicina alla maniera del “Pittore in Castel Durante”: attribuzione che seppur ormai superata, mantiene un suo interesse critico perché dà occasione di osservare come intorno al terzo decennio del ‘500 sia a Faenza sia nelle botteghe marchigiane fosse maturata una comune maniera peculiare al lessico del “primo-istoriato”, con istorie popolate di figurine dalle pose armoniose, sempre calate in un’atmosfera che la tavolozza tersa e delicata fa sembrare rarefatta e un po’ sospesa. In senso iconografico queste istorie vengono vengono elaborate di preferenza guardando sia le vignette silografate delle edizioni a stampa “volgari”, specie ovidiane, sia le incisioni raffaellesche di Marcantonio Raimondi. In questo caso il maestro per Atteone ha trascritto in controparte, ma con tutta la sua seducente vena fabulistica, la figura di Ippomene da una delle vignette dell’edizione veneziana delle “Metamorfosi” di Ovidio (b,c), impiegata integralmente anche per un istoriato col mito di “Atalanta”, del Fitzwilliam Museum di Cambridge, mentre per quella di Diana ha dedotto la stessa figura della omonima incisione del “Maestro. I. B. con l’uccello” (d, e). 1RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 112- 123, schede 2-4, 12, 23, 28, pp. 142- 144, 172-175, 188-190. Bibliografia L’opera è passata all’asta di Christie’s nel 1992 (CHRI- STIE’S 1992, lotto 282) ed è pubblicata in: RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 130-131, scheda 7.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, circa 1530

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 24 Fratture e integrazioni restaurate Provenienza: collezione privata , Piatto a basso cavetto, con appoggio del piede appena segnato e a lieve incavo, e ad ampia tesa a bordo profilato (“tagliere”). All’interno del cavetto, entro medaglione delimitato da una stretta fascia decorata con una sequenza di minuti motivi floreali, è raffigurato Amore bendato, armato di arco e faretra, in atto di danzare o di correre, su uno sfondo con paesaggio collinare solo accennato. Attorno, sulla tesa, si dispone una decorazione “a grottesche” su schema simmetrico, che include palmette, cornucopie, un mascherone e quattro teste di amorini alati, a cui corrispondono altrettante tabulae ansate. Sul verso, al centro dell’incavo è tracciato un segno a mo’ di asterisco e attorno, sulla tesa, quattro cerchi contornati da puntini e altrettante spirali. Dipinto in blu, giallo e verde su fondo azzurro “berettino”. In merito alle “grottesche”, calza l’osservazione di Giovan Battista Passeri che nelle sue “Istorie” settecentesche osserva che “Erano per lo più di chiaroscuro bianco su fondo turchino. Io ne ho alcuni e mostrano di essere del 1520, o 1530” 1. A Faenza la “grottesca” attinge ai fogli incisi e a modelli ellenistici, che, sebbene nati per il lavoro degli orafi e argentieri, ebbero gran parte nel rinnovamento dell’esperienza dei decoratori maiolicari, dotandoli di mezzi linguistici e di repertori più raffinati. La “grottesca” sulla maiolica faentina dunque abbina ad un tema centrale una fitta trama, sempre a simmetrica disposizione, di microelementi decorativi quali perle, nastri foglie, mascheroni, cornucopie, ecc.. Dalla fine del ‘400, cioè dalla platea vaselliana già ricordata (v. scheda n. 14), si fa strada dapprima la “grottesca” policroma, specie su fondo arancio, poi, dal secondo decennio del ‘500, si registra la massima espansione delle “grottesche monocrome”, cioè in blu su fondo smaltato azzurro “berettino”, con concentrazione di opere datate tra il 1520/25 e il 1530/35, nelle quali la data è per lo più tramandata entro piccole tabulae ansate, inserite nella “grottesca” 2 . Esse sono presenti anche nel caso in esame che, anche se non portano alcuna indicazione cronologica, grazie alle molte opere e ai molti reperti “a grottesche” datati, alcuni anche frutto di recuperi da siti urbani faentini, non è difficile collocare intorno al 1530. Molto raffinato il medaglione, quasi una lente, che racchiude una aggraziata figurina di Amore, bendato, armato di arco e disarmato delle frecce, delineato con parche lumeggiature in “bianchetto” e risaltato da un contesto di astratta ambientazione. 1PASSERI 1857, pp. 73-74. 2RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 284- 305. Bibliografia L’opera è pubblicata in: GALEAZZI- VALENTINI 1975, pp. 124- 125.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, circa 1535

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 18,4 Fratture e lacune integrate Provenienza: collezione privata, Piatto a cavetto fondo, con appoggio del piede appena segnato e a lieve incavo, e ad ampia tesa a bordo profilato (“tondino”). Al centro del cavetto, entro medaglione delimitato da una stretta fascia con cinque gruppi di tre perle tonde alternate a perle oblunghe, è dipinto un motivo cuoriforme fogliato; sulla tesa si dispone un tralcio continuo di girali fogliate. Sul verso si notano delle filettature concentriche che risparmiano il cavo del piede. Dipinto in blu e giallo-arancio. Quest’opera può classificarsi a buon diritto un bel saggio di quelle raffinatissime realizzazioni che ebbero fama come “vaghezze e gentilezze di Faenza”, così registrate in documenti relativi ad esportazioni a Bologna nel 15281, per indicare vasellami decorati con una veste “vaga e gentile”, che nel corso di alcuni decenni del ‘500 accolse nel suo repertorio “rabesche”, girali, festoni, frutta, nastri annodati (“groppi”), “trofei”, “quartieri”, quasi sempre elaborati su smalto azzurro “berettino”, più o meno intenso, quasi fino al blu cupo, come dimostrano sia opere di buona integrità sia innumervoli reperti recuperati in siti urbani2. Interessante è il tema centrale, un sorta di elemento fitomorfo cuoriforme, che richiama l’“arabesco” dei tessuti orientali, che sulla maiolica di Faenza coeva viene proposto in policromia (c), associato a mazzetti di frutta e al festone, in versioni monocrome blu (d), oppure su vasellami a fondo intensamente “tinto” in blu lapislazzulo e con trame decorative in bianco di stagno, tracciate secondo un ductus calligrafico quasi da miniatura o da vetro intagliato (e). 1BALLARDINI 1916, p. 52. 2RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 306- 332.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Faenza, circa 1535

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro max cm 18,4 Fratture e piccole integrazioni restaurate Provenienza: mercato antiquario, Si tratta di una coppa emisferica, con piede svasato, facente parte in origine del servizio da puerpera (“tazza da impagliata”), come indica la presenza del battente orizzontale poco sotto il bordo, su cui poggiava il coperchio, che poteva essere piatto oppure simile ad un’altra “scudella” capovolta, dotata di presa a pomello. Al centro del cavetto, all’interno di un medaglione delimitato da due filettature e da un minuto motivo a smerlo, campeggia un motivo floreale composto da due corolle e da una pera al centro, su un letto di piccole foglie; verso il bordo è dipinto un festone di foglie lanceolate e frutta, legato in due punti da nastri. Il bordo e il battente sono dipinti a fascia in blu cupo, mentre sul verso, con disposizione simmetrica, si dispongono delle “grottesche”, con tre mascheroni barbati e alati, da cui si sviluppano racemi e coppie di delfini. Nel cavo del piede si nota una formella cuoriforme, con ai lati le iniziali “O” e “C”. Questa tazza era dunque uno dei cinque pezzi (oltre ai due detti, tazza e tazza/coperchio, c’erano anche un piatto presentatoio, una saliera e il suo coperchio), di cui si componeva un servizio prodotto occasionalmente come pregiato dono alle puerpere, secondo la sempre attuale testimonianza di Cipriano Piccolpasso che, dopo averla descritta e illustrata in uno dei suoi celebri disegni, aggiunge che è “cosa di non poco ingegno” 1. Anche il motivo cuoriforme, ispirato alla “rabesca”, già vista nel piatto alla scheda n. 20, apposto nel cavo del piede, si potrebbe legare al significato di un donativo amoroso, per di più associato alle iniziali “O” e “C”, forse della destinataria di questa “tazza da parto”. La decorazione del recto, in cui domina un mazzetto e il festone di reminiscenza robbiana, ha l’appoggio di un’ampia casistica di materiali presenti nelle raccolte e nei campioni frammentari del Museo di Faenza, frutto di recuperi dal territorio urbano. Sono opere in cui, un po’ per la sofisticata tinta dell’azzurro “berettino” di fondo e un po’ per la gradevolezza delle piccole frutta (pere, pomi, pigne, melograni, uva ecc.), qui per di più associati a “grottesche”lumeggiate di canonica esecuzione, a Faenza si toccano esiti incantevoli e raffinati. Circa la datazione, si devono citare almeno il disco con stemma Cattoli, datato “1532”, del Metropolitan Museum di New York, e un piatto del Museo di Faenza, del “1534” 2. 1La “tazza da impagliata” e la sua etimologia sono discusse in: RAVANELLI GUIDOTTI 1987, pp. 205- 207, scheda 84. 2 RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 306- 327.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, circa 1535

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 24 buona conservazione Provenienza: collezione privata , Piatto a cavetto fondo, con appoggio del piede appena segnato e a lieve incavo, e un’ampia tesa a bordo profilato (“tondino”). Al centro del cavetto campeggia un medaglione che racchiude una composizione “a trofei” musicali, con un liuto poggiante su carta da musica, sotto cui spuntano degli strumenti a fiato. Attorno, fino all’orlo, marcato da una larga filettature blu, si dipingono dei motivi “rabesche” alternati a nastri annodati (decorazione “a groppi”) e verso il bordo un festone con foglie, frutta legate da nastri. Sul verso, nel cavo del piede sono tracciati dei segni che potrebbero essere letti come le iniziali (“N” e “A”?), mentre sulla restante superficie sono tracciati tre cerchi tagliati in diagonale, alternati ad altrettanti spirali e rombi, anch’essi tagliati in diagonale. Dipinto in arancio, giallo, verde e blu su fondo azzurro “berettino”. Siamo ancora davanti ad un’opera che rientra nelle cosiddette “vaghezze e gentilezze di Faenza”, proposte su smalto azzurro “berettino”, categoria che rappresenta, più che la conquista di un traguardo tecnologico, peraltro in possesso di altre aree italiane (Venezia, Marche, Liguria,Toscana, ecc.), una riuscita proposta commerciale, che seppe conquistarsi un buon mercato peninsulare per l’alto grado qualitativo e la veste cromatica abbinata ad un repertorio in cui sui vasellami venivano dipinti in perfetto equilibrio distruibutivo “rabesche”, festoni, “trofei”, “grottesche”, mazzetti di frutta, ecc. Notevole in questo caso è la qualità decorativa del “trofeo”, in cui domina la bella citazione, tratta dalla realtà del tempo, di un liuto, fulcro dell’opera. Tra le molte versioni affini a questa fortunata classe di maioliche faentine, vanno ricordati nelle raccolte del Museo di Faenza, un piatto datato “1534”, un altro simile in raccolta privata faentina, datato “1539”, ed un terzo appartenuto, oltre cent’anni fa, alla raccolta di Federico Argnani (c), cui s’aggiunga una gran quantità di frammenti, recuperati da scavi urbani1. Segnaliamo inoltre piatti del tutto analoghi passati sul collezione privata2, ed altri nelle raccolte del Victoria and Albert Museum di Londra3, del Danish Museum di Copenhagen4, della raccolta della Cassa di Risparmio di Perugiav, del Museo del Castello di Milano6, del Petit Palais di Parigi7, del Museo della Senna Inferiore 8. 1 RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 306- 327. 2DRUOT 1906, n. 20; CHRISTIE’S 1998, lotto 192, coll. Hakky-Bey; collezione Serra: CATALOGO SERRA 1964, n. 123; GALEAZZI- VALENTINI 1975, pp. 58-59; PAN- DOLFINI 2015, scheda 16. 3 SANI 2010, p.56, scheda n. 12. 4HOUKJAER 2005, p. 143, scheda 129. 5WILSON- SANI 2006, pp. 72-73, scheda 23. 6RAVANELLI GUIDOTTI 2000, scheda 131, pp. 133- 134: affine, sì, ma su fondo smaltato bianco. 7BARBE 2006, scheda 62, pp.137- 138. 8ALLINNE 1928, fig. 39.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Faenza, 1541

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 21 Giro del piede rifatto e scheggiature all’orlo Provenienza: collezione privata , Coppa a basso cavetto con superficie interamente modellata con tetraedi a rilievo; il verso non è liscio, ma anch’esso mostra parete con lieve modellatura e piede di piccolo diametro. Sul recto il gioco plastico-geometrico è sottolineato dalla profilatura e dalla campitura dei triangoli che formano ciascun tetraedo; il verso invece è dipinto con cinque nastri annodati (motivo “a groppi”), alternati a foglie su esile stelo e ad altre foglie sparse. All’interno del cavo del piede, entro rettangolo, è dipinta la data “1541”. Dipinta in azzurro, blu e bianco. L’opera appartiene alla rara tipologia delle coppe“a diamanti”,produzione di limitata entità produttiva nell’ambito della maiolica italiana, ma che a Faenza assunse particolare eccellenza qualitativa e di accattivante novità inventiva1. L’effetto delle superfici “diamantate” è di probabile tradizione romana e viene recuperato nel Rinascimento non solo nell’architettura ma anche nelle arti applicate, come nelle decorazioni robbiane, nei mobili, nel vetro, nei metalli ecc. Dal terzo decennio del secolo, la decorazione “a diamanti” nella maiolica di Faenza si concentra su fogge “aperte”, per lo più coppe (o “confettiere”), come documentano alcune opere di bella completezza in raccolte pubbliche e private, alcune come questa datate, ed anche diversi frammenti, per lo più scarti di lavorazione, che provengono da scavi urbani faentini. Sono in tutti i casi composizioni di minuziosa fattura, in cui si pone attenzione all’adattamento curvilineo delle coppe con la struttura complessa, angolosa e tridimensionale della diamantatura, ricavata comunque da stampo. La cronologia di tale genere può essere fatta partire intorno al 1535, a cui si data una coppa del Victoria and Albert Museum,nella quale la diamantatura è posta all’esterno, mentre l’interno coniuga un medaglione figurato e “grottesche”. Oltre alla presente con la data “1541”, si segnalano le coppe dello Schlesisches Museum di Opava, del Museo di Faenza2, del Kestner Museum di Hannover, datata “1543”, versione molto interessante perchè sul verso porge un’interpretazione più ordinata e riuscita del motivo a rombi tagliati in croce e dei tralci “alla porcellana”3; infine una quarta è andata all’asta nella Galleria George Petit a Parigi nel 1927, nella cui scheda si segnala la presenza sul verso della data “1545”. Sono note altresì versioni in cui la superficie diamantata non è tema decorativo dominante, ma si pre- senta contaminata da inserimenti di rara eleganza: intendiamo, ad esempio, la coppa delle raccolte del Castello di Milano, che al centro include tre foglie di acanto, le stesse che in altre due versioni, in raccolta privata e nel Museum für Kunst und Gewerbe di Amburgo, si alternano alle punte di “diamanti”: soluzione che in una quarta, del Bayerische Nationalmuseum di Monaco, al centro propone la variante di una figura femminile, seduta con uno strumento musicale, probabile allegoria della Musica. Il ductus della figurina ci avverte che siamo prossimi alla svolta dei“bianchi”di Faenza,che impiega ancora “i diamanti”, o i parallelepidedi, per altre coppe o versatoi a casco, la cui tavolozza ora è nel giallo di due toni e nell’azzurro, canonica della pittura “compendiaria”, come dimostrano opere della bottega degli Utili e diversi reperti delle raccolte didattiche del Museo faentino. Distingue questa coppa da quelle citate la soluzione scelta per ornate il retro. Esso infatti non presenta le più usuali soluzioni di filettature “a calza” o “a corolla” di larghi petali, bensì una inusuale combinazione del classico motivo a nastro annodato con un tralcio di foglie che assomigliano, sì, a quelle del motivo “alla porcellana”, ma più disgregate e buttate giù di getto, quasi un tentativo di proporre qualcosa di innovativo. 1 RAVANELLI GUIDOTTI 19882, pp. 219- 225. 2 RAVANELLI GUIDOTTI 1990, pp. 286- 287, scheda 147. 3 RAVANELLI GUIDOTTI 1990, p.m 287, fig. 147 f. Bibliografia L’opera è pubblicata in: GALEAZZI- VALENTINI 1975, p. 62; RAVANELLI GUIDOTTI 1988, p. 222,Tav. XIII; RAVANELLI GUIDOTTI 1990, p. 287.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 25,4 buona conservazione; minime sbeccature e lacune integrate Provenienza: collezione privata , L’opera mostra parete svasata, modellata con bacellature terminanti ad orlo ondulato e convergenti verso il piede, che è ampio e svasato. All’interno della coppa, la cui superficie è dipinta a larghe fasce concentriche policrome, sono modellati a tutto tondo e dipinti al naturale delle frutta (limone, pere, nespole, uva, prugne, ecc.), ortaggi (baccelli, fava, cetrioli, piselli ecc.) e vongole. Sul verso sono tracciate delle larghe fasce concentriche in azzurro diluito, che occupano anche il cavo del piede. Dipinta in arancio, blu, bruno, giallo e verde. L’opera appartiene ad una raffinata e rara produzione di coppe “farcite”, o fruttiere “trompe-l’oeil” ad uso di centrotavola, espressioni di deliziosa piccola plastica maiolicata probabilmente influenzata dall’officina robbiana, che applicava frutta et alla ai festoni plastici architettonici e ai coperchi di vasi biansati e smaltati in azzurro “berettino”. Circa la cronologia, molti elementi fanno supporre che tale tipologia si sia sviluppata solo dopo il terzo decennio del ‘500, in concomitanza con la produzione delle “crespine”, specie quelle decorate “a quartieri”, anche se non mancano esemplari a parete liscia in smalto “berettino”, come una coppa della donazione Mereghi del Museo di Faenza1. Poche le versioni datate e databili che abbiamo a disposizione: una un tempo era nella collezione di Elia Volpi, del “1562”, ed altra, con la siglatura “AE-VF” degli Utili, del British Museum2, si può datare entro le notizie e le opere che si conoscono della nota bottega faentina, cioè dal 1542 al 15873. Altre versioni analoghe, per lo più non datate o siglate, si conservano al Louvre e a Sévres 4, nello Joslyn Art Museum (Nebraska, U.S.A.), nel Museo di Faenza (donazione Angiolo Fanfani) 5, nel Museo del Vino di Torgiano 6, nei Musei Civici di Padova 7, nel Museo di Dresda 8 , ben “tre fruttiere piene di frutta condotte a rilievo e colorite al naturale”, fino alla metà dell’‘800 figuravano nel Museo Pasolini di Faenza9 ed una risulta in raccolta privata 10. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1987, pp. 160 e ss., scheda 48. 2THORNTON- WILSON 2009, scheda 101, pp. 101-102. 3RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 234-263;THORNTON- WILSON 2009, scheda 101, pp. 157- 158. 4GIACOMOTTI 1974, schede nn. 288 e 289. 5RAVANELLI GUIDOTTI 1990, scheda n. 148, pp. 287-305. 6FIOCCO- GHERARDI 1991, scheda 140, p. 104. 7MUNARINI- BANZATO 1993, scheda n. 284, p. 301. 8RICHTER 2006, scheda 46, p. 97. 9FRATI 1852, p. 25, nn. 265- 267. 10ALUNNO 2010, scheda 4.11, p. 320.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A vase, Faenza, circa 1550

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Altezza cm 34 buona conservazione Provenienza: collezione privata , Vaso a corpo globulare, dotato di alto colletto a parete svasata e con bocca ad orlo estroflesso; il ventre restringe verso il piede che è piatto e a bordo profilato. Sulla zona frontale, all’interno di un medaglione campeggia il busto vòlto a sinistra di un cavaliere con elmo piumato e cotta di maglia, associato ad un cartiglio su cui è tracciato a caratteri capitali il nome “MORGANTO. P(a- ladino)”; dalla base del medaglione si snoda un largo cartiglio sinuoso su cui è indicata la scritta farmaceutica “Sebestem” in caratteri gotici. Sulla restante superficie si dispone su fasce parallele una decorazione “a quartieri”, mentre un tralcio continuo di foglie corre lungo la zona mediana del vaso. Dipinto in arancio, blu, bruno, giallo e verde. Per la sua veste decorativa quest’opera è canonico saggio della vasta classe di maioliche detta “a quartieri”, che si sviluppa a Faenza accanto alla “grottesca” e ai “trofei”, nel corso della prima metà del ‘500; produzione che presenta una qualità decorativa d’effetto, vivace e ricca come un tessuto, poiché si basa su scansioni regolari a fondo blu o giallo arancio, ma talvolta anche verde, come questo vaso dimostra, che si alternano racchiudendo per lo più foglie di acanto, corolle, girali, cornucopie, delfini, ecc. In ambito faentino essa registra la sua massima espansione a metà del secolo e trova largo impiego specie sui vasellami da farmacia (albarelli, fiasche, brocche, vasi globulari ecc.). Molti i riferimenti cronologici certi di cui disponiamo di questa classe decorativa, quali coppe datate “1543”, “1547” fino al “1575, e opere marcate uscite dalle botteghe di Virgiliotto Calamelli e di Enea Utili1; inoltre sono noti anche albarelli, dei quali uno di rara qualità e dimensioni, è entrato recentemente nel Museo faentino2; non mancano neppure vasi globulari come questo in esame, alcuni forniti di date precise, come il “1548”, di un vaso con il busto di “Isabella”, già nella prestigiosa raccolta Spitzer, alienata il 16 giugno 1893. La stessa data inoltre è su un albarello con il busto di “Annibale”, nelle collezioni del Museo della Floridiana di Napoli, stilisticamente vicino al busto del vaso in esame 3,“1549,“1550”, “15(.)2” 4 e “1555” su una coppia di albarelli agli Uffizi di Firenze (donaz. Contini- Bonacossi)5. Senza dubbio però tra le fogge dei corredi farmaceutici “a quartieri” il vaso globulare è quello che risalta per le sue notevoli dimensioni. Il Museo faentino mette inoltre a disposizione due grandi vasi da farmacia, con medaglioni che racchiudono rispettivamente “AGRAMANTE” e “BERLINGHE- RO” 6, frutto della fortuna degli splendidi racconti che si svilupparono sui poemi del Boiardo e dell’Ariosto, e il Museo di Colonia un vaso globulare con “ISABELLA”, che porta la data certa “1548”7 : tipologia che trova un estremo cronologico nella serie farmaceutica dipinta dal maestro faentino Emiliano Capra (detto “Saladin”), nel “1569”. Ma tra tutti i vasi globulari, particolarmente due del Louvre sono fondamentali perché, su due tavolette dipinte tra i “quartieri”, rendono esplicito il luogo di esecuzione: FATE IN” e “FAENZA”, e in più uno nel medaglione celebra l’eroe ariostesco “RVGERO”7. Nel caso in esame il personaggio evocato nel cartiglio è riferito a Morgante, popolare personaggio dell’omonimo capolavoro epico-cavalleresco di Luigi Pulci fiorentino, stampato alla fine del ‘400, ma del quale uscì un’edizione, ornata di silografie, nel 1549. Va notato inoltre che è abbastanza raro vedere i personaggi dell’epopea cavalleresca sulla maiolica vestiti nel costume del tempo, come in questo caso, mentre è più consueto siano raffigurati nel costume del soldato “all’antica”: segnaliamo solo un altro caso, al Louvre 8, ed un vaso, dello stesso corredo cui appartiene questo in esame, della stessa forma, qualità stilistica, cartiglio e caratteri della scritta farmaceutica, con busto di “ACHILLO”9. Circa la scritta farmaceutica “Sebestem”, si riferisce al Sebesten (v. anche Cordia Sebestana) frutto dell’India a volte indicato nelle vecchie farmacopee per le malattie pettorali. 1 RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 366- 391. 2 MAZZOTTI 2014, pp. 123- 128. 3ARBACE 1996, scheda 51, pp. 52, 54. 4Probabilmente si tratta del “1552”, su un albarello della collezione Nicola Leotta, di Palermo. 5MARINI 2003, pp. 129- 138, fig. 11. 6RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 389- 391, scheda 99. 7 KLESSE 1966, scheda n. 281. 8GIACOMOTTI 1974, scheda n. 961. 9GIACOMOTTI 1974, schede nn. 959- 960. 9 Così anche due vasi di identica foggia e di stringente qualità stilistica nella raccolta Contini- Bonacossi agli Uffizi, di cui uno con la stessa scritta farmaceutica “Sebasten” (MARINI 2003, pp. 129- 138, fig. 9)

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Faenza, 1550-60

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 23,5 incrinature e lacunoso di parte del bordo del piede Provenienza: mercato antiquario

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Faenza, 1550-60

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 23,5 Buono stato di conservazione Provenienza: collezione privata , La coppa è del tipo ad umbone pronunciato, ampia parete a baccellature, che ripiegano verso l’alto formando un orlo a smerlatura; il piede è ampio e a parete svasata. Sul recto, in corrispondenza dell’umbone, all’interno di un medaglione a fondo campito di blu, è dipinto un puttino ignudo, seduto verso sinistra, alle cui spalle si snoda una sciarpa e in atto di reggere un pallone. Sulla restante superficie sono dipinti dei “quartieri”, composti di sei settori ovali cuspidati, che includono foglie di acanto; lungo il bordo si dispone una stretta fascia con motivo a festone. Dipinta in arancio, blu, bruno e giallo. La produzione “a quartieri” a Faenza sembra svilupparsi soprattutto dopo il 1530, con alcuni precisi riferimenti cronologici, come nelle “crespine” del “1543”, con “S.Maria Egiziaca” del Museo di Stoccarda, e del “1547”, con “Annibale” del museo Civico di Pesaro1. Tale tipologia inoltre, come quest’opera dimostra, si pone in una delle più significative fasi della maiolica faentina della metà del ‘500, quella cioè che vede il passaggio dal repertorio a piena policromia verso la decantazione dello stile “compendiario” dei “bianchi”: fase che viene vissuta e promossa con successo dalle più prestigiose botteghe locali, dai Calamelli agli Utili,quest’ultima con coppe“a quartieri”delle quali si segnala quella del Petit Palais di Parigi 2, ed una analoga a questa in esame nel Museo di Villa Viçosa a Lisbona 3. Dimostra pienamente di appartenere a questa fase “precompendiaria” il ductus della figurina del putto seduto che stringe un pallone, dipinto con una sensibilità prossima allo “stile compendiario” canonico, cioè immediata naturalezza pittorica, quasi senza contorno, pochi tocchi per definire il profilo, scioltezza delle ciocche della capigliatura, ombreggiature a mezza tinta, ecc. caratteri che nel corso della seconda metà del ‘500 caratterizzeranno lo stesso soggetto del putto, topos decorativo per eccellenza, e in generale le solitarie figurine degli umboni delle “crespine” faentine (d). 1RAVANELLI GUIDOTTI 1998, pp. 366-367. 2BARBE 2006, scheda 55, pp. 127- 128. 3DOS SANTOS SIMOENS 1960, cat. n. 18.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
Saliera Faenza, bottega di Virgiliotto Calamelli, terzo quarto del ‘500 ,

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Altezza cm 9; lati base cm 14 x cm 12,5 Lacune al piede e al bordo della vaschetta Provenienza: mercato antiquario, L’opera presenta corpo ovale, bombato e baccellato, che si sviluppa verticalmente in un ampio collo liscio e con orlo esproflesso, che chiude superiormente con la vaschetta portasale; il corpo poggia su base rettangolare svasata dotata di quattro piedini zoomorfi. L’oggetto è ricavato da stampo, quindi con corpo cavo, a parete piuttosto sottile che tecnicamente si chiude sotto il piede lasciando un foro atto a far passare l’aria in cottura. Al lati del foro sono dipinte in blu le iniziali, intrecciate e sormontate dal tipico segno di abbreviazione a omega, “VR” e “FA”, segnatura della bottega di Virgiliotto Calamelli; poco più sotto, a caratteri capitali, è tracciata la legenda “M. GIROLAMO”. Opera di elegante e rara foggia, conosciamo infatti solo un altro esempio in raccolta privata, realizzata anch’essa nel più puro stile dei “bianchi”, cioè rivestita di solo candido smalto. Nella nota botega di Virgiliotto, a partire dall’inventario del 1556, queso genere di lavori era registrato sotto la denominazione di “salini à forma” o “salini bianchi”, talvolta più dettagliatamente specificati nelle forme come salini “a fonzi” (a fungo), “a barca”, “a dolfin”, “a caprone”, “a sepoltura” o “ad urna”, “a stella”, ecc. 1. Tuttavia il vero valore di quest’opera risiede nella legenda dipinta sotto il piede. Infatti è da notare che se la sigla “VR- FA”, piuttosto ricorrente in questa forma e in alcune minime varianti nelle molte opere della nota bottega faentina2, è molto raro vederla seguita da un’altra dicitura, in questo caso composta da una “M” (paraffata) e dal nome GIROLAMO”, tracciata con caratteri più accurati e con maggiore evidenza. Almeno due le ipotesi che possiamo avanzare: una è che si riferisca al nome di un maestro attivo nella bottega di maestro “Virgiliotto”, certo Girolamo, che per ora non compare nelle nomenclature conosciute dei maestri attivi nella nota bottega faentina, anche se un Girolamo di Carlino è registrato nel 1572 tra i maiolicari Faenza. Altra invece attiene alla “M” tagliata da un segno (o parafata), secondo l’uso paleografico rinascimentale, che potrebbe essere interpretata come “Messer”, dunque un Girolamo a cui poteva esserre indirizzata l’opera. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1998, p. 426. 2RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 78- 152.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
An amphora, Faenza, circa 1560

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Altezza totale cm 52. Lacune alle anse e piede rifatto in ceramica Provenienza: collezione privata, Anfora di foggia molto armoniosa con ampio corpo ovoidale, poggiante su alto piede, rifatto fino al colletto; dalla spalla si sviluppa verticalmente un collo ampio e a bocca estroflessa, si cui lati sono saldati i manici, che sono serpentiformi e con l’attacco inferiore poggiante su un mascherone a rilievo, applicato a metà circa del corpo dell’anfora. Su una delle due facce è istoriato un episodio di storia antica e sull’altra uno stemma sorretto ai lati da due figure allegoriche. Dipinta in arancio, giallo e azzurro. Questa tipologia di grande anfora fu prodotta dalle più prestigiose botteghe di Faenza, come la Calamelli e la Bettisi1, ma in numero ridotto un po’ perché solo “da pompa” e un po’ per l’impegno tecnici dovuto alla sua struttura a corpo ampio, aggregato ad un piede piuttosto piccolo e a stretto colletto, come le affini realizzazioni in metallo. Sicuramente dedotte da uno specifico modello incisorio sono le parti istoriate di quest’opera, distribuite a campo libero su larga parte del ventre. Nel caso della complessa scena istoriata, c’è chi ha suggerito si tratti del “Giudizio di Salomone”, ma i personaggi, visti gli abiti, orientano piuttosto verso i protagonisti di un fatto di storia romana. Aggiungiamo dunque che possa trattarsi di Soemo, re di Armenia, Sophene e Gordyene, qui a lato sinistro della composizione, che con la moglie e il figlio, raffigurati al centro, chiedono all’imperatore Lucio Vero la restituzione del trono: interpretazione iconografia che trova appoggio in un’incisione di Piranesi tratta da un particolare dell’arco di trionfo dello stesso imperatore.Tuttavia crediamo non sia neppure da escludere che possa trattarsi di un episodio della vita di Coriolano (LIVIO, Ab Urbe condita, II, 40), piuttosto evocata sulla maiolica italiana istoriata, faentina compresa, con il comandante romano che, animato da risentimento verso Roma, accampatosi alle porte della città la vuole attaccare, unito ai Volsci con cui si era alleato: è soggetto replicatamente richiamato sull’istoriato italiano, sia faentino sia urbinate, in cui si predilige illustrare soprattutto il momento toccante in cui la madre Veturia e la moglie Volumnia, che gli porge uno dei figli, lo implorano di risparmiare la città. La scena, di squisita fattura pittorica, è frutto dell’abile mano di uno dei maestri, meno fortunati rispetto ai capi bottega per i quali lavoravano, fors’anche in maniera occasionale o episodica, perché il loro prezioso contributo artistico per ora è anonimo. Sono personalità che manifestano notevole esperienza pittorica e dotate di ampi orizzonti culturali, specie nella conoscenza delle fonti iconografiche bibliche e profane più in voga, che le portano al superamento dello standard del repertorio decorativo dei vasellami “bianchi” non istoriati, quelli con singole figurine allegoriche, un puttino, un soldato ecc. Stilisticamente le figure dalle forme espanse mostrano notevole consonanza con il manierismo di Romanino Cimatti (i profili delle matrone e le anatomie delle gambe), che nella bottega di Francesco Mezzarisa a Faenza, data “1556” un grande al albarello3, oggi al Bargello: qui però esse sono alleggerite da una gamma cromatica tenue in cui domina l’azzurro diluito, accuratamente dosato nelle velature, disposte all’interno del disegno, dotato di particolare scioltezza e sottigliezza dei contorni. Oltre all’albarello del Cimatti, fondamentali per circoscrivere la datazione di quest’opera sono un’anfora in raccolta privata, con “Tuccia” e “Cesare incorona Pompeo”, del “1558”, e un piatto con la battaglia del Metauro, datato “1569”, del Museo di San Mar tino di Genova2. Non meno interessante è l’altra faccia sui cui campeggia uno stemma (c), che ipotizziamo essere, almeno nelle componenti figurate, quello della famiglia istriana Calucci di Rovigno, senza escludere neppure quello di altre famiglie, quale quella siculo- calabrese dei Polizzi; nel caso dei Calucci si tratta di una ipotesi, poiché manca tuttavia l’appoggio del colore3, dato anche dalla limitata gamma cromatica della maiolica. Inoltre, ai fini di una auspicabile approfondimento dell’appartenenza araldica di questo stemma, segnaliamo uno stemma simile su un grande vaso biansato, di Montelupo, datato “1541”, già nella collezione Alfred Pringsheim di Monaco di Baviera4(d). Lo stemma in esame è inoltre sorretto ai lati da due maestose figure allegoriche. A destra è la Fortezza (f), che canonicamente stringe la colonna, mentre a sinistra è la Prudenza (g), che nell’iconografia aderisce alla descrizione e alla figura della stessa allegoria descritta nell’“Iconologia” di Cesare Ripa (h), pubblicata alla fine del ‘500, ossia “Donna con elmo dorato in capo circondato da una ghirlanda delle foglie del moro: haverà due facce come s’è detto di sopra, nel- la destra mano terrà una frezza, intorno alla quale vi sarà rivolto un pesce detto Ecneide, ovvero Remora, che così è chiamato da latini, il quale scrive Plinio, che attaccandosi alla nave ha forza di fermarla, perciò è posto per la tardanza; nella sinistra terrà lo specchio, nel quale mirando, contempla se stessa” 5. E’ allegoria bifronte dunque (i), che nell’avere “due facce” richiama quella della Menzogna (l), contenuta nell’edizione “Le ingegnose sorti ... intitulate Giardino di pensieri” di Francesco Marcolini da Forlì, stampata a Venezia nel 1550, entrata anch’essa nel repertorio dei “bianchi di Faenza” (m) 6. Infine, a differenza di altre opere faentine “istoriate compendiarie”, già ricordate, quali l’anfora con “Tuccia” del “1558” 67e il piatto con la battaglia del Metauro del “1569”, che presentano in primo piano una tabula iscritta con informazioni importanti, quali la data e il soggetto, in questo caso c’è solo da rimpiangere che il maiolicaro, pur avendo posto una analoga tabula, abbia tralasciato di tramandare qualcosa che potesse guidarci verso una più circostanziata collocazione di quest’opera in seno alla cultura dei “bianchi”: opera che costituisce in qualunque modo un raffinatissimo saggio di “pictura compendiaria” faentina. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1996, schede 1, 24 e 39. In par tico- lare è da segnalare quella, oggi a Ecouen, che sulla modana- tura del colletto del piede porta la segnatura “VR. FA”, della bottega di Virgiliotto Calamelli (RAVANELLI GUIDOTTI 1996, p. 136, fig. 24c). 2RAVANELLI GUIDOTTI 1996, scheda 91, pp. 362- 363. 3RADOSSI 1993, 181- 246, ad vocem Calucci. 4PRINGSHEIM, vol. I, 1994, n. 41. 5RIPA 1593, p. 508; v. anche l’edizione veneziana del 1645, p. 508, ad vocem “Prudenza”. 6RAVANELLI GUIDOTTI 1984, pp. 193, 196, Tav. LXII, a, b; EADEM 1993, p. 101, scheda 30. 7WILSON 1996, scheda 076, pp. 162- 163

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A flask, Faenza, Virgliliotto Calamelli workshop, circa 1570-75

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Altezza cm 29; lati base cm 13,4 x cm 9,5 Cadute di smalto e piccole lacune al piede Provenienza: collezione privata , L’opera è una tipica fiasca da trasporto, detta “da pellegrino”, con corpo schiacciato, dotato di collo slanciato e svasato, terminante con un orlo estroflesso “a stella”, e con superficie mossa da una serie di scanalature disposte a spirale. E’ foggia che nelle vecchie carte era detta “cavata dall’argento”, secondo prototipi con decorazioni a sbalzo, per questo le due facce presentano una modellatura composta da una simmetrica composizione a volute sormontate da una coppia di putti affrontati, che reggono uno scudo. Le volute in realtà non sono altro che lo sviluppo delle ali di due arpie modellate sui fianchi, che nelle teste, a tutto tondo, presentano il foro passante, corrispondente ad altro praticato nel piede, per far passare la corda di cuoio prevista per il trasporto a tracolla dell’oggetto. Sotto il piede è dipinto uno scudo araldico e sotto la sigla “VR-FA”, della bottega dei Calamelli. Dipinta in arancio, blu e giallo. La decorazione è limitata allo stemma, partito di unione, la cui identificazione è resa difficile per la formulazione un po’ generica dei suoi elementi (leone rampante e pali) e la parsimonia dei colori. Ciò che distingue questo aspetto è la collocazione inusuale dello stemma che è dipinto sotto il piede, quindi non visibile, anche se si conoscono altre opere dei “bianchi” (ad es. un versatore a foggia di nautilo ) con analoga positura araldica. Ancor più significativo è segnalare che ad ora è l’unica fiasca che si conosca, di questa foggia, riconducibile in ragione della segnatura alla bottega del Calamelli. Diverse infatti le fiasche del tutto simili, probabilmente ricavate dallo stesso stampo, con la segnatura “DO- PI” della bottega di Leonardo Bettisi, detto “Don Pino”, tangibile prova della continuità produttiva che dal 1570 saldò l’attività della bottega Calamelli a quella dei Bettisi. Ma prova anche che questo modello di fiasca, probabilmente introdotto dal Calamelli e passato ai Bettisi, che la includono anche nei monumentali servizi bavaresi per Alber to V di Ba- viera2 e per Guglielmo V Wittelsbach3, in realtà si attestò a Faenza anche presso altre botteghe dei “bianchi”, come quella degli Utili4. Nell’inventario della bottega del Calamelli del 1556 troviamo indicate genericamente “6 fia- sche”, ma anche “1 fiasco bianco manca una te- sta”, che fa pensare proprio a questa foggia dota- ta di due teste di arpia. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 96- 99 2SZCZEPANEK 2009, pp. 280-283 3RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 162- 164. 4RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 256- 257, scheda 62, pp. 504 e s., scheda 146.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A great bowl, Faenza, Leonardo Bettisi (called

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 39, 5; altezza cm 11,5 buona conservazione; una incrinatura in corrispondenza di un ritiro da cottura Provenienza: collezione privata , Coppa ad ampia parete modellata con costola- ture disposte a raggiera attorno ad un umbone centrale, che poggia su alto piede svasato; dalle costolature, la parete piega verso il bordo con una fascia di mascheroni e riquadrature, che con il loro movimento plastico conferiscono com- plessivamente notevole leggerezza alla coppa che è di notevoli dimensioni; il verso candido fa sì che la luce, giocando con i rilievi a sbalzo, esalti la bella qualità vellutata e cerosa dello smalto “compen- diario”, evidenziando il modellato della forma. Sul recto, a piena superficie, è raffigurata una scena di massacro, riferibile al biblico episodio della “Puni- zione degli idolatri” (ESODO XXXII, 25-29). L’aspetto compositivo della scena aderisce ma- gnificamente allo spirito pittorico dell’ “istoriato compendiario” faentino della seconda metà del ‘500, che talvolta ama cimentarsi in opere domi- nate da un giuoco ad intricato intarsio di corpi, qui a conferire il senso del febbrile tumulto di masse di uomini in armi. In effetti da un punto di vista iconografico il rimando è agli altrettanto complessi modelli figurativi di battaglie che veni- vano evocati in altre forme coeve d’arte applicata, come cristalli di rocca, placchette, medaglie, fogli incisi e, per la maiolica, soprattutto vignette silo- grafiche, contenute nelle edizioni a stampa “orna- te di figure”. E’ proprio ad una di queste vignette che il pittore- maiolicaro si ispira per la comples- sa articolazione di questa scena. Precisamente si tratta di una vignetta contenuta nelle “Figure del Vecchio Testamento con versi toscani, per Da- miano Maraffi, nuovamente composte, illustrate per Giovanni de Tournes”, e stampate a Lione nel 1554 (c). La scena in par ticolare fissa il momento in cui Mosè, raffigurato a sinistra, dopo che era disceso dal monte con le tavole della legge, trova che il popolo d’Israele si era dato ad adorare un vitello d’oro. Fermatosi quindi alle porte dell’ac- campamento, a coloro che erano rimasti fedeli a Jahvè ordina che si armassero e uccidessero gli idolatri. Naturalmente l’adattamento della fonte grafica alla superficie della coppa ha imposto al pittore-maiolicaro di rinunciare ad alcuni dettagli (alcune figure sulla sinistra, altre più piccole sullo sfondo accanto a delle tende, ed altre ancora sulla destra), e di operare lo spostamento sulla sinistra di una delle due figure poste a terra in primo pia- no nella vignetta. Da un punto di vista morfologi- co, l’opera appartiene ad un ristretto, pregevole gruppo di coppe, di identica foggia e diametro, ricavate da medesimo stampo, da riferirsi a quella tipologia che nella Descriptio della bottega di Vir- gilio (alias Virgiliotto) Calamelli, del 17 dicembre 1556, viene registrata come tacce grande gran à costole: di esse si conservano esemplari, marcati con la sigla “VR- FA” della bottega del maestro faentino, nel Museo di Faenza, e in una raccol- ta privata a Mons (Francia). Sono note inoltre una terza coppa di identica foggia con “Venere e Amore”, dipinti nell’umbone centrale, ed una quarta con al centro lo stemma di Baviera, che con la sua sigla “DO-PI” s’impone come tangibile prova della continuità produttiva che dal 1570 saldò l’attività della bottega Calamelli a quella dei Bettisi1, a cui crediamo questa coppa vada riferita. Essa infatti è opera di un artefice che in senso stilistico sviluppa con vero talento il clima pitto- rico maturato tra le maestranze, anonime, che all’interno della stessa bottega dei Bettisi, intorno al 1576, attesero all’esecuzione del monumentale servizio per Alberto V di Baviera2: ad esempio, vi troviamo analogamente nubi a cumuli, con ampi volumi tondeggianti, picchi montuosi all’orizzonte con le cime arrotondate, mani con le dita pun- tute e aperte a ventaglio, o con il polso snodato, pollice corto e indice allungato;si notino inoltre le pose di scattante eleganza delle figure alla stessa maniera che vediamo nei protagonisti degli isto- riati del servizio bavarese, ed altresì i piedi che a volte si mostrano allungati o calzati in stivaletti lisci dalla caviglia sottile e con estremità a pun- ta, adottati anche dal “Maestro del servizio V (o U) numerato”3, oppure mostrano alluce corto e dita premute a terra. Non meno interessanti nella nostra coppa risultano i ciotoli disseminati in primo piano ornati di caratteristici ciuffi di fo- glie, e i piccoli steccati che ritroviamo, ad esem- pio, anche nell’anfora istoriata con “Samuele che trafigge Agag”, del Museo faentino, attribuibile alla bottega dei Bettisi perché accostabile stili- sticamente ad altra, di raccolta privata, provvista della sigla della bottega “DO-PI”4. A differenza di altre opere maiolicate coeve, in cui il soggetto “istoriato” può avere diverse repliche di poco va- riate nell’iconografia, dedotte da una fonte grafica comune, di questa scena biblica per il momento non si conoscono altre redazioni: essa per tanto si impone come un unicum tematico nel panorama dell’ “istoriato compendiario” faentino dell’ultimo quarto del ‘500 . L’opera tuttavia stilisticamente nel complesso sviluppa e fa propri i caratteri di- stintivi delle migliori opere della bottega dei Bet- tisi, specie del periodo di Leonardo, detto “Don Pino” (notizie ed opere dal 1564 al 1589 ca.): intendiamo, ad esempio, un maggiore contrasto cromatico rispetto alle opere “istoriate a tavoloz- za languida” del Calamelli, un segno di contorno azzurrino, finissimo e tracciato con padronanza di mezzi e maturità pittorica, il disegno tirato giù si- curo in rapide forme abbozzate, ombre morbida- mente chiaroscurate, figure cariche di movimen- to, ottenuto anche attraverso ariose ondulazioni dei panneggi delle tuniche, ecc. elementi stilistici che, come abbiamo detto, si possono cogliere in diversi piatti del servizio bavarese e per il quale non è da escludere l’ingaggio di pittori di mestie- re prestati occasionalmente all’arte della maiolica: presenze non secondarie nella costituzione del patrimonio pittorico che da sottofondo alla raffi- nata cultura figurativa dei “bianchi” di Faenza, cui quest’opera appartiene. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 96- 99. 2SZCZEPANEK 2009, pp. 79-280. 3RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 278-297. 4RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 192-195.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Faenza, Painter of the numbered V set (or U), last quarter of the 16th cetnury

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 21,7 buona conservazione Provenienza: collezione privata , Si tratta di un “tagliere”, di diametro contenuto, con basso cavetto, ampia tesa e basso piede ad anello. Sul recto, a piena superficie, è istoriato l’e- pisodio del Nuovo Testamento, riferito a Salomè, nel momento in cui riceve su un vassoio la testa di S. Giovanni Battista, che aveva chiesto a Erode Antipa, poiché il santo aveva biasimato l’unione tra sua madre Erodiade e lo stesso Antipa (MAR- CO 6, 14- 29; MATTEO 14, 6-11). La fanciulla è dipinta in primo piano, in atto di porgere il vassoio al carnefice che tiene ancora la spada in mano con cui ha tagliato la testa del Battista, stretta con l’altra. Il corpo del santo de- capitato giace a terra tra i due. La scena è ambientata nelle carceri poste al piano inferiore della reggia, qui raffigurata in alto, dove si svolge il banchetto con il re di Giudea al centro. Il retro del piatto è smaltato. Dipinto in arancio, blu, bruno e giallo. L’opera è interessante perché pendant di altra, delle stesse ridotte dimensioni di diametro, raf- figurante “Le cinque vergini folli” (MATTEO 25, 1-13) (c, d)1 , che rispetto a quelle standard del piatto (23/25 cm), al momento fa di questa cop- pia una rarità documentaria che allarga la casistica finora nota dei bianchi istoriati. L’iconografia di entrambe risulta coerente con l’indirizzo figurativo seguito dal maestro che, stando a quanto si conosce, nei suoi soggetti si orientra verso le silografie delle edizioni a stampa, veneziane lionesi, sia di soggetti profani sia sacri, perlopiù “di bellissime figure ornate”. Entrambe infatti sono ispirate alle omonime scene contenute nella edizione del Nuovo Testa- mento, stampata a Venezia nel 1574 (b), i cui legni sono riptresi anche in quella del 1587. Naturalmente sono trascrizioni interpretate con alcune varianti: ad esempio, nel caso in esame, il maestro elimina la rampa di scale, che a sinistra nella stampa collega le prigioni alle sale del palaz- zo di Erode, e il carnefice è in abiti tipici dei sol- dati romani, mentre nella fonte grafica è in vesti cinquecentesche. Stilisticamente le due opere gemelle posseggono tutti i caratteri peculiari della maniera del “Pitto- re del servizio V numerato”, cosiddetto perché la sua opera principale dovette essere un mo- numentale servizio (“credenza”) istoriato, con- trassegnato in ogni suo pezzo da una segnatura composta da una “V” (o “U”), seguita da un numero: per ora il più basso è il “3” di una coppa del Museo di Limoges, mentre il più alto è il “172” di un piatto in una raccolta privata tedesca2. Egli è un vero protagonista della scena maiolicara faentina del secondo ‘500, che, come statura pittorica, divide con altre due grandi personalità, il “Maestro dei panneggi” e il “Maestro dello steccato” 3. Il pittore manifesta sempre una grande unitarietà stilistica: figure snelle e cariche di movimento, panneggi terminanti con ariose ondulazioni, profili con barbe inanellate,sobri accenni di architetture, graticcio dei riquadri del pavimento ecc. La sua attività si concentra nel corso dell’ultimo quarto del ‘500 e probabilmente per un certo periodo gravita nell’orbita della maggiore bottega del momento a Faenza, quella dei Bettisi.b 1RAVANELLI GUIDOTTI 2006, pp. 162- 167, schede 46 e s. 2RAVANELLI GUIDOTTI 2004, pp. 147- 156. Si aggiunga un piatto dello stesso servizio, marcato sul verso con il numero “125”, nelle raccolte nazionali polacche, pub- blicato di recente (SWIETLICKLA 2010, scheda 16, pp. 84- 85). 3RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 264- 307. Bibliografia L’opera è pubblicata in: RAVANELLI GUIDOTTI 2006, pp. 162- 165, scheda 46.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A cup, Faenza, last quarter of the 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 14,4; altezza cm 8,1 minime incrinature e scrostature dello smalto al bordo Provenienza: collezione privata , L’opera presenta parete svasata, carenata, bordo modanato e parte inferiore con una cordonatura liscia che segna il punto in cui il corpo stringe verso il piede piuttosto incavato; ai lati della zona mediana sono saldate le prese, a forma di voluta larga e strettamente arricciata. All’interno del recto, a piena superficie, campeggia la figura di una donna, ignuda e seduta di spalle e che con la destra alzata indica un punto lontano all’orizzonte, marcato da alti picchi montuosi. Della figura si intravede il seno destro, mentre colpisce l’acconciatura che è strettamente raccolta e ornata di due sottili nastri lunghi e svolazzanti. All’esterno è dipinta una decorazione “a raffaellesche”, scandita da due mascheroni e da tralci con foglie, e motivi vegetali con girali fogliate. Dipinta in arancio, azzurro, bruno e giallo. Coppe come questa compaiono ad esempio nelle forniture della bottega di Leonardo Bettisi, sia quelle medicee del 1568, come “scodelli con li orecchi”, sia quelle gonzaghesche del 1590, dove si parla di “scudelle per bever brodi”, già così registrate anche nell’inventario della bottega del Calamelli del 15561. Erano per lo più dotate di prese laterali polilobate e orizzonali, e per questo dette anche “scudelle ad orelle” (orecchie), oppure come questa con prese a voluta arricciata. Inoltre venivano prevalentemente decorate con un putto o amorino al centro, oppure nei casi più singolari, secondo le fonti potevano essere decorate “a figure”, come la coppa in esame. Essa ha come protagonista una donna ignuda dalle forme robuste, perfettamente compendiate nel ductus dei contorni sottili e nelle pennellate di colori diluiti, girata in una inconsueta posa di spalle, alla quale il pittore ha impresso spontaneità e una sottile nota personale nel movimento leggero dei due nastri legati alla nuca. Anche nella “raffaellesca” dipinta all’esterno, l’elemento figurato è proposto nei mascheroni dalla faccia paffuta, i cui tratti fisionomici dal ‘600 saranno ripresi anche dei personaggi delle targhe devozionali. Una tazza, del tutto simile per veste decorativa “a raffaellesche” e per foggia, ma completa del coperchio, è nel Museo di Norimberga 2. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 387- 389. 2GLASER 2000, scheda n. 51, pp. 53-54; l’opera è attribu- ita al “Pittore del servizio V (o U) numerato.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
Piatto Faenza, bottega faentina degli inizi del XVII secolo,

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 25,4 Sbeccature al bordo Provenienza: mercato antiquario, Il piatto è un piccolo “tagliere” a basso cavetto, ampia tesa orizzontale e basso piede ad anello. Sul recto, all’interno del cavetto, delimitato da una fascia gialla, è raffigurato un putto ignudo, con una sciarpa che si snoda alle sue spalle, in atto di dirigersi verso destra soffiando in una chiarina; in secondo piano si nota un accenno d’architettura. Sulla tesa si dispone una simmetrica composizione “a raffaellesche”, composta da due lunghe foglie (o alberelli simili a cipressi), da girali fogliate e da due mascheroni velati. Dipinto in arancio, blu, bruno e giallo. La fattura del putto è di buona qualità stilistica, con il volto caratterizzato dalla zona sopracciliare tagliata da un segno con effetto d’ombra sugli occhi, ma dall’espressione vivace, così da dare più risalto alla fronte che appare spaziosa; l’anatomia della piccola figura, come detta lo stile “compendiario” dei “bianchi”, mostra forme arrotondate, morbide e un po’ adipose, gambe divaricate per dare il senso del movimento e pennellate distinte, ma concentate su zone campite a sfumatura nelle parti in ombra. Distingue questa versione rispetto alle molte altre faentine analoghe di questo periodo, in cui la figurina (putto o amorino) è proposta a campo libero, il fatto che essa sia ambientata in un fondale a riquadri, ad effetto architettonico.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A basin, Faenza, last quarter of the 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 45 Piccole lacune al bordo Provenienza: collezione privata, Catino di forma emisferica, poggiante su piede basso ad anello, con lieve incavo; è dotato inoltre di breve orlo estroflesso, rivolto in basso. Al centro della conca campeggia la figura di un soldato, in atto di incedere verso sinistra, armato di lunga lancia e paludato “all’antica”, con elmo, corazza e corta tunica; inoltre una sciarpa si snoda alle spalle del soldato e gli ruota attorno al capo. Dipinto in arancio, blu, bruno e giallo. Questo genere di catino nelle fonti faentine viene annotato come “cadino”, “cadino lavamani” o “lavacapo”, differenziati dai “cadini da barbiere”, detti anche “coppa da far la barba”, dotati del caratteristico scavo poggiagola; nell’inventario della bottega di Virigliotto Calamelli, del 1556, sono inoltre ripetutamente registrati “cadini grandi bianchi fini”, ed in quello dei Bettisi, del 1590, “cattini con le brocche”. I “cadini grandi bianchi fini” potevano accogliere temi legati alla cultura figurativa dell’“istoriato compendiario”: un’allegoria, uno stemma, un soldato come in questo caso, ecc. sempre interpretati con ductus sciolto, frutto dell’esercizio della mano, che sa compendiare di getto, con pochi efficacissimi tratti, il profilo, gli occhi, le mani ecc. cui giova a dare il senso del movimento anche il topos della sciarpa che ruota a cerchio sul capo della figura e si snoda dietro le spalle della stessa.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A basin, Faenza, last quarter of the 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 45 buona conservazione; minime scheggiature al bordo Provenienza: collezione privata , Grande bacile apodo, con cavetto di media profondità e con stretta tesa orizzontale. Nel cavetto, a campo libero, domina una composizione entro cui campeggia uno stemma prelatizio, sorretto da due imponenti figure femminili stanti, vestite di lunghe tuniche e reggenti ciascuna un’asta lunga e sottile; alle loro spalle si apre un grandioso impianto architettonico, con classiche colonne, cella sacra, scalinata d’accesso ecc.. che sembra volere evocare un tempio classico; sullo sfondo si intravedono colline. Dipinto in arancio, azzurro, bruno e giallo. Per quanto attiene alla tipologia di tale bacile, ricordiamo che nell’inventario della bottega faentina di Virgiliotto Calamelli del 1556 sono genericamente indicati come “baccili”, dizione che viene ripresa ancora nei documenti riguardanti la bottega dei Bettisi, del 1568 e 1590. Esso inoltre è tra gli oggetti “da pompa” tra i più curati, sia tecnicamente sia pittoricamente, richiesto all’interno dei grandi servizi (“credenze”) soprattutto per soddisfare il desiderio di celebrazione del prestigio delle committenze altolocate e di influenti prelati, come dimostrano i numerosi esempi ascrivibili alle più prestigiose botteghe di Faenza (Calamelli, Bettisi, Utili, Galamini ecc.), spesso stemmati, che rimandano nell’araldica ad importanti committenze locali ed extralocali. Tra i bacili stemmati, inoltre, notevoli sono quelli con stemma “sorret- to”, come questo caso ben dimostra, in cui si cimentano maestri anonimi, che applicano lo stile “compendiario” dei “bianchi di Faenza” con magistrale talento pittorico, che si esplica in fastosi impianti scenografici che richiamano, ad esempio, quelli delle monumentali fontane pubbliche barocche del secondo ‘500 (“mostre da acqua”), composte di arcate, nicchie, colonne, frontoni, gradinate e figure allegoriche spesso “tenenti”, come in questo caso, uno stemma1. Si noti anche come le due belle figure mostrino modi e cadenze stilistiche ancora prossime all’essenza pittorica miglior “compendiario”, cioè schizzate di getto, quasi senza segno di contorno, vestite di tuniche dai panneggi che calano morbidi sui loro corpi e avvolte in sciarpe che si snodano alle loro spalle con la impalpabile qualità della seta: il tutto dipinto con una tenue, sofisticata policromia. 1RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 393- 394, e scheda 127 pp. 462- 463.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A basin, Faenza, last quarter of the 16th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 35; altezza cm 14 Piccole incrinature Provenienza: collezione privata, L’opera presenta umbone centrale, ampia parete baccellata e alto piede svasato. Sul recto, in corrispondenza dell’umbone, all’interno di un medaglione delimitato da una stretta fascia con motivo a treccia stilizzata, campeggia la figura di un soldato romano, con elmo, corazza, corta tunica e sciarpa che gli avvolge le spalle; è vòlto a sinistra in atto di reggere uno scudo poggiato con la punta a terra; sul margine sinistro si intravede un albero e sullo sfondo colline. Sulla restante superficie si dispongono sei partizioni contenenti motivi “a ricamo”, alternate ad altrettante partizioni con motivo “a festone”. All’esterno sono dipinte nove grandi foglie stilizzate (di vite?). Dipinto in arancio, blu e giallo. La foggia di questo catino probabilmente corrisponde a quella registrata nell’inventario della bottega di Virgiliotto Calamelli del 1556, alla voce “ tacce grande a gran costole”, oppure anche in ragione delle veste decorativa specificate tazze “à frise dipinte”, cioè “a ricamo”, e forse sono le stesse che nelle fatture dei Bettisi, vengono classificate per la loro destinazione,“tazoni grandi per meloni e fruta grossa”. E’ una tipologia che, come questo caso conferma, prevede per lo più una figurina all’interno dell’umbone, a fare da fulcro ad una simmetrica trama “a ricamo”, come è dato documentare a Faenza attraverso frammenti di scavo pertinenti a coppe analoghe, alcuni dotati della sigla “DO-PI” dei Bettisi1, che compare anche su una integra del Museo ceco di Opava, mentre diverse altre simili, non marcate, facevano parte di prestigiose “credenze”, quali quelle dei Michelozzi- Alberti del 1571, dei Piccolomini, dei Gonzaga di Novellara e di altre2. Un bel documento pittorico che attesta la fortuna di questo genere di opere “compendiarie” faentine viene tramandato dall’interno di cucina di Joseph Heintz il Giovane, nel Museo Davia Bargellini di Bologna, in cui, grazie all’efficacia rappresentativa del maestro, possiamo facilmente riconoscere proprio una grande coppa baccellata, con medaglione centrale figurato e motivi “a ricamo” attorno, in un magnifico contesto da “credenza”3 (d). 1Un largo frammento pubblicato come documento territoriale, probante per l’attribuzione faentina di una coppa analoga a questa in esame, della raccolta Chigi Saracini di Siena (RAVANELLI GUIDOTTI 1992, scheda 42, pp. 202- 206). 2 RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. pp. 162- 166, 202- 204, 426- 427, scheda 108; EADEM 2010, p. 138, scheda 12. 3RAVANELLI GUIDOTTI 1996, p.29.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A cooler, Faenza, late 16th century - early 17th century

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Lunghezza lato 24; altezza cm 16,5 buona conservazione; minime scheggiature dello smalto Provenienza: collezione privata , La foggia si compone di una cassetta quadrangolare, con pareti a baccellature in leggero rilievo, che al centro lasciano spazio ad uno scudo “accartocciato”, sul quale si poteva dipingere lo stemma a freddo; la cassetta inoltre è dotata di due prese laterali a foggia di teste ferine, mentre agli angoli è ornata di arpie plastiche e poggia su quattro robusti piedi a foggia di zampa leonina; interessante è la struttura interna del rinfrescatoio che comprende uno spazio mediano rettangolare (per il ghiaccio) e attorno sei scomparti quadrangolari, ottenuti mediante pareti divisorie di sottile spessore, dotate di fori per far sì che l’acqua fredda lambisse le bottiglie, probabilmente di vetro. Superficie integralmente smaltata di bianco. Il “rinfrescatoio” era punta d’eccellenza tra i vasellami delle “credenze” in maiolica prodotte a Faenza dal secondo ‘500, tanto da trionfare sulla tavola per dimensioni ed esuberanza della parti plastiche accessorie, ispirate a modelli in metallo, di cui era ornato. In una “credenza” al massimo ne era prevista una coppia, come confermano gli inventari, a partire da quello della bottega di Virgiliotto Calamelli del 1556, in cui sono registrati “2 rinfrescaduri”; numero e tipologia confermati anche in seguito, ancora nelle fonti della stessa bottega, come nella “credenza” del card. Luigi d’Este, del 1561, in cui figuravano “Rinfrescatori numero doi”. Anche la bottega dei Bettisi include rinfrescatoi, come nelle credenze medicee del 1568, sotto le voci “2 rinfrescatoi a canti”, cioè a cassetta con gli spigoli, proprio come questo in esame, ornati di figurine plastiche o cariatidi (detti “fantoccini”), oppure per le “credenze” gonzaghesce del 1590, li proponeva “ovati”, cioè del tipo a navicella. Limitandosi a “doi” rinfrescatoi per servizio, nelle botteghe non se ne fecero in gran numero, come conferma l’osservazione della vasta campionatura dei “bianchi” del Museo faentino, nel quale si conservano un esemplare a cassetta rotonda, ornato dello stemma Cavina1, ed uno quadrangolare, ma con quattro portabottiglie circolari, realizzato a solo smalto candido come questo in esame2, che però è di maggiori dimensioni ed è del tutto affine ad altro con stemma prelatizio Theodoli di Forlì. 1RAVANELLI GUIDOTTI 2005, pp. 31- 36. 2RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 500 e s., scheda 144.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A great double handled albarello vase, Faenza, 1601

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Altezza cm 32; diametro piede cm 19; bocca cm 16,5 Le arpie hanno la testa rifatta in cotto e lacune integrate alle ali e alle code; in cotto risulta pure il colletto alla bocca. Provenienza: già raccolta Nino Ferrari di Genova , L’opera, sebbene di grandi dimensioni, mantiene l’impianto tipico dell’albarello “a rocchetto”, ossia il corpo centrale cilindrico, bombature alla spalla e verso il piede, che è ampio e svasato; anche la bocca è ampia e presenta orlo estroflesso; il vaso è dotato di prese laterali, a tutto tondo modellate a foggia di arpie con estremità serpentiformi. Sull’intera superficie si dispone una decorazione “a raffaellesche” con mascheroni alati, girali fogliate e fasce ad ovuli al piede e alla bocca. Sulla zona mediana delle due facce è ripetuto lo stemma della famiglia Chiesa (o dalla Chiesa) di Cento, con scudo accartocciato, svolazzi e cimiero. Dipinto in arancio, blu, bruno, giallo e nero. Nonostante presenti diverse lacune integrate, che però fortunatamente non intaccano l’aspetto araldico, quest’opera costituisce comunque un bel documento. Essa infatti figurò alla storica Mostra dell’antica maiolica ligure, che si tenne a Genova nel 19391, in cui si ipotizzava fosse lavoro urbinate. La destinazione di opere come questa, di grandi dimensioni, la esplicita un vaso di identica foggia, decorato “a ricamo”, del Museo di Faenza, su cui è la scritta “Mustarda. Fina”, che nei corredi delle spezierie aveva prevalentemente finalità “da mostra”, posto pertanto a coronamento di lesene o mensole2 , in questo caso più che mai essendo assente la scritta farmaceutica. Da un punto di vista decorativo, la “raffaellesca” è distribuita secondo un impianto distributivo simmetrico, così interpretate dalla metà del ‘500 fino alla metà del secolo successivo ancora con la sensibilità dello stile “compendiario” dei “bianchi” di Faenza, ossia un repertorio agile, minuto, diramato e arioso, con girali, testine o mascheroni alati, ecc. Innumerevoli i campioni integri che offrono le collezioni del Museo faentino, che oltretutto conserva anche notevoli testimonianze frammentarie, sia di albarelli con le stesse arpie plastiche sia decorati con simili “raffaellesche” frutto di recuperi sul territorio. Circa l’aspetto araldico dell’opera, le fonti storiche attestano che la famiglia Chiesa veniva da Bologna, come peraltro conferma il Canetoli nel suo Blasone bolognese, 1791- 17953, che la include tra le “Famiglie nobili e cittadine”. I blasonari di Cento (c, d) tramandano che i Chiesa erano “Cittadini sussistenti nel 1600” 4, riferimento cronologico interessante perché quasi coincidente con la data che si legge all’interno di una delle due versioni dello stemma, “1601”; oltretutto la versione maiolicata riporta anche il motto, trascritto quasi fedelmente dai modelli araldici centesi, ma che in capo aggiunge l’indicazione della città,“CENTO”, e ai lati della figura araldica “parlante” della chiesa, pone le iniziali “A” e “C”, riferibili ad un componente della famiglia Chiesa (e). 1 GROSSI 1939,Tav. XVI. 2 RAVANELLI GUIDOTTI 1996, pp. 536- 537, scheda 164. 3 CANETOLI 2006,Tav.23, n. 362. 4 MONTEFORTI 1999, p. 32, c. 40. Francesco Antonio Bagni, nel suo Armi o stemmi gentilizi delle famiglie di Cento, del 1719, così descrive l’araldica della famiglia:“Si accordava con il suono del cognome di questa famiglia l’arme di essa, che era un edificio di chiesa con la facciata e porta rivolta a destra e con il suo campanile nel fondo e sopra il detto edificio a sinistra; et il campo era d’aria. I moderni aggiunsero sopra il tetto del edificio, che veniva ad essere come nel capo dello scudo, una colomba bianca radiata con l’ali aperte come si figura lo Spirito Santo. Era la casa loro nella Viazzola Nova o di S. Caterina a mezzo giorno, la prima doppo un muro senz’edificio che si vede passato il tratto di pochi passi lasciata la prima casa di detto vicolo; et in essa, e in un soprafocolare, et in un bel fregio dipinto per mano del celebre Guercino, si vedeva espressa” (BAGNI ed.2000, p. 158). Bibliografia L’opera è citata in: RAVANELLI GUIDOTTI 1996, p. 536.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Urbino, master of the Nicola da Urbino circle, circa 1535

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 28 Una connessione e minime scheggiature al bordo Provenienza: già nelle collezioni T. Berney e J. Scott-Taggart , Coppa a cavetto liscio, bordo rialzato e piede svasato. Sul recto, a piena superficie, è illustrato l’episodio in cui dinnanzi a Tiberio in trono, viene condotto prigioniero su un cavallo il re di Cappadocia Archelao, accusato di ribellione, e l’imperatore romano dichiara sottomessa l’Asia (a), come specifica anche la legenda tracciata, in corsivo e in blu, sul verso “Chomo tiberio fe tribu/taia tuta lasia”, sottoscritta da un segno simile ad una S” (b). Innanzitutto quest’opera vanta un percorso collezionistico di grande livello. Essa infatti era stata nella collezione del Rev. Thomas A. Berney, formata nella metà dell’ ‘800, nella cui vendita nel giugno del 1946 passarono anche maioliche di importanti proprietà quali quelle di Lady Godfrey Fawcett, di Sir William J. Stirling e di R.L.Fleming. Tra le 80 opere della Berney molti i capolavori, tra i quali emerge anche questo bel saggio istoria- to di un maestro istoriatore della cerchia di Nicola da Urbino1. L’opera, passata in seguito nella collezione di John Scott- Taggart, gode di una notevole letteratura, che in passato ha denominato il suo anonimo autore “Pittore del Marsia di Milano”2, e di recente invece lo indica come un ipotetico “Pittore S”, autore di una serie di opere che portano, oltre alla legenda, un segno somigliante a tale iniziale3. L’iconografia della scena è ricavata da una silografia, contenuta nel libro LVII dell’opera di Cassio Dione Historico Delle Guerre et Fatti de Romani, stampata a Venezia nel 1533 (c), testo “volgarizzato” particolarmente sfruttato da questo maestro, che lo impiega anche per altri “istoriati”, compresa una versione pressoché identica, anche nella legenda, oggi nell’Ashmolean Museum di Oxford: interessante è notare che le due versioni sono accostabili per il fatto che la scena è dedotta in controparte rispetto alla silografia, dunque è ipotizzabile l’uso dello stesso spolvero. Inoltre in entrambe si osserva eliminazione della figura in piedi di spalle a sinistra, ma anche la tavolozza limpida, che ha la stessa consonanza delle pose dei protagonisti, dai tratti anatomici dei personaggi molto affini, dal gusto per l’architettura, di tipo rinascimentale classicheggiante, quasi assente nel modello grafico, che tuttavia partisce equilibratamente in due zone lo spazio scenico: da una parte Tiberio in trono attorniato dai suoi, e dall’altra un soldato a piedi che tiene fermo il cavallo su cui è posto re Archelao. Differenzia invece questa versione da quella a Oxford, la presenza di nubi dalla caratteristica forma arrotondata “a chiocciola”, la gualdrappa del cavallo che non copre interamente la groppa del cavallo, alcuni dettagli del basamento del trono che echeggiano quelli classici scolpiti a basso rilievo ed infine il braccio destro del soldato che tiene a freno il cavallo, dettaglio anatomico più riuscito rispetto all’altra versione. Tant’è che Timothy Wilson ritiene che la versione in esame, non solo sia diversa da quella a Oxford, ma sia più vicina allo stile di Nicola da Urbino4. 1 MALLET 1988, pp. 69-73. 2WILSON 1989, pp. 34-35, scheda 13; WILSON 2000, scheda 203, pp. 194- 195. 3FIOCCO- GHERARDI 1996, pp. 146- 147,Tavv. IV a, b. 4WILSON 2000, p. 195. Bibliografia L’opera è pubblicata in: FORTNUM 1896, Pl. XIV b; SOTHEBY’S 1946, lot. N. 21; RACKHAM 1932, p. 213, Plate II C; SOTHEBY’S 1961, lot. N. 29; 1965, lot. N. 8; CHRISTIE’S 19801, lot. N. 21; MORLEY-FLETCHER- McI- LORY 1984, p. 80,Tav. 6; FIOCCO- GHERARDI 1996, pp. 146- 147,Tavv. IV a,b; RAVANELLI GUIDOTTI 2016, pp. 9-10, figg. 4 a- c.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Urbino, Guido di Merlino workshop, 1542

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 26,5 Alcune connessioni Provenienza: collezione privata, Il piatto mostra ampio cavetto fondo, basso piede ad anello e ampia tesa orizzontale. Sul recto, a piena superficie, è illustrato l’episodio di storia romana relativo alla vita di Lucio Marcio, come indicato nella legenda apposta in caratteri capitali alla base della predella del trono (a), che è riccamente ornato da braccioli scolpiti con due leoni alati. Il giovane cavaliere romano è raffigurato mentre, secondo il racconto di Valerio Massimo, con il capo avvolto dalle fiamme incita i suoi soldati, radunati sulla destra, alla battaglia contro i Cartaginesi in Spagna, regione indicata anch’essa con didascalia, posta in primo piano. Sul verso, all’interno del piede è tracciata, col blu in corsivo, la legenda “De prodigii cioe. miraco/ lli lucio marcio vede/ Valerio mas: del. p°”, e la data “1542” , entro riquadratura (b). Dipinto a piena policromia. Questa scena di storia romana è rara nell’ambito della maiolica “istoriata”. Essa si lega alla fortuna in ambito umanistico di Valerio Massimo, qui evocato anche nella legenda, fonte storico- letteraria che si può dire sia stata inaugurata sulla maiolica italiana da Francesco Xanto Avelli, maiolicaro che concentra la sua feconda attività in Urbino soprattutto negli anni ’30 del ‘500. In particolare la scena si basa sull’episodio contenuto nel Libro Primo, Cap. IIII, “De Prodigii cioè miracoli”, dell’opera dell’autore latino, raccolta di exempla di modelli di vizi e virtù dell’antichità, di cui nel ‘500 furono stampate diverse edizioni “vulgari”; per il piatto in esame la fonte può essere stata quella edita a Venezia nel 1537,“Valerio Massimo volgare & Li Fatti & Li Detti Li quali sono degni de Memoria della Città di Roma e delle strane Genti. Nuovamente stampate. In Venetia per Bernardino Bindone Milanese nel Anno M. D. XXXVII”. Un passo infatti descrive testualmente la scena istoriata: “Inegualmente fu di felice auenimento quella fiamma che risplendendo dal capo di Lucio Marcio quando aringaua tra suoi caualieri. Et era di due hosti le quali erano inde belite in Spagna per la morte di Publio Scipione et di Gneo Sci- pione e li caualieri ch’erano apuentati per questa veduta di ripigliare la loro usata vertude et tren- ta otto millia di nimici tagliati et grande numero dessi sotto sua Signoria recata due campi delle ricchezze Chartagine presero”. In senso stilistico, l’opera si impone per il suo equilibrato impianto compositivo, che si basa su una simmetrica disposizione dei protagonisti: a destra si notano le truppe romane e a sinistra la figura del console, il cui nome è scandito sulla predella del trono su cui è seduto,“LVCIOMAR- CIO” (c), mentre in basso, quasi a bordo del piat- to, si legge il nome della regione nella quale si svolge l’azione “ISPAGNA”(d). L’uso di apporre legende sul recto degli istoriati è prassi non comune, che evidenzia la rarità didascalica di questa rappresentazione, talvolta adottata, ad esempio, nella bottega di Guido Durantino1. La maniera dell’autore di questo piatto è riconoscibile anche in altre opere, ascritte a Urbino, particolarmente alla bottega di Guido di Merlino2 o a Pesaro3, alcune datate come questa “1542”, entro riquadratura o tabula, quali, ad esempio, due piatti nel Victoria and Albert Museum di Londra 4, al Bayerische National Museum di Monaco (Kat. 2369), all’Ermitage5, nel Museo del Castello di Milano6. Altre due opere, rispettivamente istoriate con “Il porco calidonio” e “Europa”, entrambe datate “1543” entro tabula, ascrivibili alla stessa bottega e dotate dei medesimi caratteri stilistici, erano nella collezione De Polo Wagner di Trieste7. Nelle leggende si riscontra altresì notevole affinità della grafia, con quelle dei piatti a Londra e a Braunschweig, anch’essi riferiti a passi della stessa fonte latina dei “Prodigii”. Inoltre, affinità stilistiche si rievano in un piatto, raffigurante “Dedalo e Icaro”, del Museo di Varallo Sesia, anch’esso con la data “1542” entro cartelletta rettangolare8. L’iconografia del nostro piatto è frutto dell’accostamento di particolari tratti da diverse incisioni: lo dimostra, ad esempio, quella del soldato, a terra in primo piano, che con la sinistra tesa indica la fiamma sul capo del console (e), che è tratta da un particolare posto in primo piano dell’incisione del 1539 di Georg Pencz (da un disegno di Giulio Romano), raffigurante “La presa di Cartagine” (f). 1RAVANELLI GUIDOTTI 2010, pp. 29-43. 2LESSMANN 2015, scheda 36 e 37, pp. 121- 126) 3LESSMANN 1979, scheda 312, p. 266; attr. :Urbino, Ca- stel Durante o Pesaro, verso il 1542. 4RACKHAM 1940, nn. 914 e 915. 5IVANOVA 2003, n. 86. 6WILSON 2000, scheda n.221; anche Orazio Fontana, in talune opere, utilizza questo modo per evidenziare la data (THORNTON- WILSON 2009, scheda 176, pp. 300- 301). 7ANVERSA 2014, schede 43 e 44. 8ANVERSA 2004, scheda 70, pp. 156-157.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Urbino, Guido di Merlino workshop, 1543

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 26, 2 connessioni e parte del piede mancante Provenienza: collezione privata , L’opera mostra cavetto piano, bordo leggermente rialzato e piede totalmente limato, ma che in origine doveva essere presumibilmente basso e svasato. All’interno del recto, a piena superficie, è istoriata una scena di battaglia, con due cavalieri in primo piano che si affrontano con la spada, seguiti da uomini a piedi armati di lancia (a); sulla destra è posta l’allegorica figura del fiume, canonicamente laurata e sdraiata accanto ad una giara da cui sgorga acqua, con altri uomini attorno. Sullo sfondo ampie architetture che probabilmente vogliono evocare Roma, in cui domina un edificio circolare fortificato simile a Castel Sant’Angelo. Sul verso, al centro del cavo del piede, sono tracciate col blu la data “1543” e la legenda Strepitus armorum (b). La coppa è del tipo cinquecentesco a cavetto li- scio, piatto, foggia particolarmente atta ad essere istoriata. La scena illustra una convulsa battaglia in cui il fragore delle armi, lo strepitus armorum della legenda, è presente in molti testi della letteratura latina, specie nei passi che narrano dei terribili scontri tra romani e cartaginesi (Livio, Annibale sconfigge i romani). Questi sono protagonisti anche dell’incisione detta della “Battaglia a scimitarra”, di Agostino Veneziano, a cui il maiolicaro si è ispirato per la figura del cavaliere al centro della scena istoriata (c,d). L’opera è ascrivibile alla bottega di Guido di Merlino, ad un maestro molto vicino alla maniera a quella di Francesco Durantino, che si giova di architetture imponenti, di rocce a scaglie verticali sugli sfondi e di personaggi dalle anatomie piuttosto robuste, la criniera dei cavalli, ecc. che inducono a confrontarlo con opere stilisticamente vicine, che si conservano al British Museum1, ad un frammento di piatto nella Wallace Collection2, e nel museo di Amburgo e all’Ermitage3. Non meno interessante la legenda Stepitus armorum, tracciata in un bel corsivo, dipinta anche sul verso di un’altra opera, ma di altra mano4. 1THORNTON- WILSON 2009, schede 187- 188, pp. 313-316. 2WILSON 2004, p. 124, Fig. 24. 3IVANOVA 2003, n. 5, p. 812; attr. Francesco Durantino, nella bottega di Guido di Merlino, 1540. 4CHRISTIE’S 1965, p. 16.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Urbino, Guido di Merlino workshop, probably Francesco Duratino or a collaborator, circa 1545

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 23,1 buona conservazione Provenienza: coll. privata , Piatto con cavetto di media profondità, ampia tesa orizzontale e piede a disco appena accennato. Sul recto, a piena superficie, è istoriato il mito di “Giove e Leda”, ispirato al testo ovidiano (OVIDIO, Metamorfosi, VI, 108 e ss.). La scena fissa più momenti dell’incontro: in alto il dio è raffigurato prima della metamorfosi, su una cortina di nubi e con un fascio di fulmini nella sinistra; in basso, a sinistra, è raffigurata Leda nel momento in cui si unisce a Giove, mutato i cigno, ed infine sulla destra la stessa, mitica sposa di Tindareo, re di Sparta, seduta osserva tre delle quat- tro uova, da cui escono i gemelli Castore e Polluce, e Elena (o Clitennestra). Sul verso, al centro del cavo del piede, è tracciata in corsivo e in grigio-nerastro, la legenda “giove et leda” e più sotto una “.C.” racchiusa in una formella quadrangolare (b). Dipinto in piena policromia. Iconograficamente per la figura di Leda, dipinta ai lati della composizione maiolicata, il maestro si è ispirato alla figura di Psiche, sia quando dorme su un monte sia quando siede accanto ad una fonte, contenuta in una delle incisioni, raffiguranti episodi della serie della storia di Psiche, del Maestro del dado (c). Questo piatto inoltre rappresenta un ulteriore interessante documento relativo ad una serie, o servizio, i cui pezzi cono contrassegnati sul verso da una “.C.”, e spesso con le stesse caratteristiche tecniche dello smalto, che mostra, specie attorno al piede, ampi ritiri. Intendiamo un piatto nel Metropolitan Museum, di New York, su cui è raffigurata “La continenza di Scipione” 1, che Timothy Wilson assegna alla bottega di Guido di Merlino, probabilmente eseguito da un pittore in collaborazione con Francesco Durantino, mentre per la segnatura “.C.” lo studioso ipotizza essere o dell’esecutore o del committente, anche se la legenda mostra caratteri calligrafici peculiari al Durantino: gli stessi che riscontriamo anche nella breve legenda del nostro piatto e in quella di un terzo piatto della serie “.C.”, raffigurante “Davide e Golia”, oggi a Sévres 2. Della stessa serie, va segnalato inoltre un quarto piatto, raffigurante “Venere tra divinità marine”, sul cui retro la legenda relativa al soggetto, “Venera”, è sottoscritta dalla stessa iniziale “.C.”: opera stilisticamente molto vicina a questa in esame 3 (d). 1WILSON 2004, pp. 126- 128, figg. 30- 31. 2GIACOMOTTI 1974, n. 1144. 3DREY 1991, p. 52, figg. 12 e 13. Segnaliamo inoltre affinità stilistiche con un piatto al British Museum, raffigurante le truppe di Scipione lasciano Cartagine, con una legenda di mano di Francesco Durantino, chiusa da una “L.”, entro riquadratura (THORNTON- WILSON 2009, scheda185, pp. 314-316). Bibliografia L’opera è pubblicata in: CHRISTIE’S 1983, 3 October, lot. N.228.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A bowl, Urbino, Guido di Merlino workshop, circa 1550

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 25,5 Connessioni e una lacuna restaurata al bordo Provenienza: mercato antiquario , Coppa a cavetto piano, bordo leggermente rialzato e piede a parete svasata. Sul recto, a piena superficie, è illustrato un passo del vangelo secondo Giovanni, con “Gesù e l’adultera” (Gv 8, 2-11). La scena coglie il momento in cui Gesù, dopo avere pronunciato la famosa frase agli accusatori di una adultera “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, libera la donna dalla lapidazione e con segno benedicente si congeda da lei dicendo “va, e d’ora in poi non peccare più”; ai lati, a sinistra si notano le colonne del tempio ed una figura (probabilmente uno scriba) e dall’ altra un gruppo di uomini (probabilmente i Farisei) che si allontanano, dirigendosi verso un’ altura con edifici. Sullo sfondo una distesa acquea e una veduta di città (Gerusalemme?). Dipinta in piena policromia. L’opera mostra tratti stilistici piuttosto consueti nel contesto dell’istoriato metaurense, specie urbinate, della metà del ‘500. Tuttavia la caratterizzano alcuni aspetti quali, ad esempio, la simmetrica partizione della scena in due blocchi, figurativi e architettonici, il fluire dei panneggi delle tuniche con gli orli sollevati che si aprono leggeri, per dare azione ai personaggi, e soprattutto efficacissima è l’enfasi del gesto di Gesù, la cui mano è fulcro centrale della composizione. Diverse le opere che si potrebbero chiamare a confronto stilistico con questa: pertanto restringiamo la segnalazione ad una coppa del Museo di Braunschweig, con “Il ratto di Elena”, ascritta alla bottega di Guido di Merlino intorno al 1540-45 1ed un’altra, raffigurante “La sentenza di Salomone”, datata “1551” 2. Lo stesso soggetto è istoriato ancora alcuni decenni dopo, come dimostra una terza coppa, attribuibile alla bottega dei Patanazzi, che si conserva nella Galleria delle Marche a Urbino. 1LESSMANN 1979, scheda 158; v. anche altre opere, nel catalogo della collezione di Goethe a Weimar, curato dalla stessa Lessmann (LESSMANN 2015, schede 38-42). 2BEALU 2010, p. 55.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Urbino, circa 1560

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 22 Connessioni e una lacuna integrata al bordo Provenienza: mercato antiquario , Piatto con cavetto a media profondità, ampia tesa e piede ad anello appena accennato. Sul recto, a piena superficie, secondo il racconto ovidiano (OVIDIO Trist. III, XI, 41- 54), è evocato lo scultore ateniese Perillo, leggendario inventore del toro di bronzo dentro il quale venivano bruciate vittime umane, ideato per il tiranno di Agrigento, Falaride, qui seduto su un trono e colto nel momento in cui ordina che l’ inventore provasse lo stesso supplizio (a); sul lato destro cinque figure sono raffigurate intente a portare fascine. Sul verso, al centro del cavo del piede, è tracciata, in corsivo e con l’azzurro, la legenda “Perilo” (b). Il soggetto ha goduto di un certa fortuna sulla maiolica del ‘500, alimentata nella committenza dalle edizioni “volgari” delle Metamorfosi ovidiane, specie nelle botteghe di area marchigiana, in versioni che solitamente presentano un simile impianto figurativo: da segnalare soprattutto un piatto, con identica iconografia, ma di altra mano, nella raccolta del Museo di Oxford 1, del museo di Braunschweig , che la Lessmann attribuisce allo Zenobia-Maler, verso il 1552- 60 2, nello stesso Museo si segnalano una versione del veneziano “Mazo” ed altra urbinate della bottega dei Fontana, verso il 1560 3. Inoltre, anteriore è una bella redazione è di Nicola, nel Museo nazionale scozzese 4, inclusa tra i soggetti del prestigioso servizio Calini di Brescia, ed altresì con lo stesso soggetto segnaliamo una coppa nella Wallace Collection di Londra 5, due versioni delle raccolte di Goethe a Weimar 6, altre nel Museo del Bargello 7, Nazionale di Stoccolma 8, un piatto del servizio del card. Antonio Pucci è all’Ermitage 9, una coppa (“crespina”) del British Museum, del servizio per Guidubaldo II Duca d’Urbino, databile al 1560- 65 circa 10, un piatto del museo di Arezzo 11, un piatto nel MAI di Roma, una coppa in raccolta privata 12 e uno dei vasi della spezieria della Santa casa di Loreto, del tipo a due anse, appartenente alla prima raccolta (1540- 70), della bottega dei Fontana 13. Da un punto di vista iconografico, questa versione di Perillo sembra tenere conto parzialmente di quella dell’artista francese Pierre Woeiriot, attivo a Lione fino al 1559-60, che nel 1556 realizzò tre incisioni una delle quali con tale soggetto (c). 1WILSON 2003, scheda 18; attr.: bottega di Guido di Merlino, 1540- 50. 2LESSMANN 1979, scheda 480, p. 342. 3LESSMANN 1979, schede 211, p. 213, e 563, p. 390. 4CURNOW 1992, scheda 62. 5NORMAN 1976, scheda C94, pp. 194- 195) 6LESSMANN 2015, scheda 42, pp. 136- 137: attr. Urbino, bottega di Guido di Merlino, 1540- 45; EADEM 2015, scheda 56, pp. 166- 167: attr. Castel Durante, Andrea da Negroponte nella bottega di Ludovico e Angelo Picchi, 1550’- 60 ca. 7Donazione Manenti Diamondstein, 1984. 8DAHLBÄCK LUTTEMANN 1981, p. 100, scheda 9. 9IVANOVA 2003, scheda 67, p. 93. 10THORNTON-WILSON 2009, scheda 196, pp. 332- 333. 11FUCHS 1993, scheda 168, p. 215. 12GARDELLI 1999, scheda 89, pp. 172- 173. 13COLAPINTO- BETTINI- GRIMALDI fig. 29 (n. 104).

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Urbino, circa 1550

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 28,5 Connessioni Provenienza: collezione privata , Piatto con cavetto a media profondità, ampia tesa e piede ad anello appena accennato. Sul recto, a piena superficie, l’epico duello tra Ettore e Achille (OMERO, Iliade, XXII, 395- 515). La scena in primo piano mostra l’eroe troiano a terra ed Achille che gli sta sopra in atto di colpirlo con una spada corta; ai lati i due cavalli dei contendenti, di cui quello a sinistra tenuto a freno da un soldato, mentre un altro sul margine osserva la scena; ai lati alberi, rocce e al centro due palme, mentre sullo sfondo si nota una distesa acquea ed una città (Ilio). Dipinto a piena policromia. Assolutamente raro il tema proposto da questo istoriato: conosciamo in fatti solo una versione, ma di diversa iconografia, elaborata da Xanto Avelli, per un piatto datato “1538”, in cui i due eroi omerici e il mitico fiume Xanto, sono didascalicamente indicati1. Piuttosto interessante da parte del pittore l’avere affidato a due palme il punto focale della rappresentazione, come pure il valore che egli dà al cavallo che domina quasi tutto lo spazio a destra della scena, probabilmente a volere enfatizzare uno dei famosi cavalli del principe troiano. Caratteristica la forma mammillare dei picchi montuosi all’orizzonte tipologia, che sicuramente in seguito renderà possibile aggregare altre opere alla mano dello stesso maestro. 1 CHRISTIE’S 1969, lotto 169.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Urbino, Fontana workshop, circa 1560-70

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro cm 37,5 buona conservazione; un’incrinatura Provenienza: collezione privata , Piatto a cavetto di medio diametro, ampia tesa piatta e basso piede ad anello. Sul recto, a piena superficie, è raffigurato il biblico episodio di “Mosè che batte la rupe” (ESODO 17, 7- 11; NUMERI 20, 1-13), con il vecchio patriarca raffigurato al centro, in secondo piano, in atto di battere la roccia con una verga, dalla quale con un fascio di lunghe pennellata azzurre il pittore-maiolicaro ha voluto evocare l’acqua che sgorgando poté dissetare gli armenti e il popolo d’Israele, qui rappresentato da figure maschili e femminili con fanciulli, che si affrettano ad accorrere con vasi e ciotole (a). Sul verso, al centro del piede è tracciata, in blu e in corsivo, la legenda “Moise precasse la/ pietra” (b). L’opera è un canonico saggio di istoriato urbinate del terzo quarto del ‘500, riconducibile per la qualità cromatico-stilistica alla bottega dei Fontana, specie degli anni dopo la metà del secolo, nel momento più fecondo quando cioè la produzione istoriata ormai ha raggiunto un grande virtuosismo, in cui costante è l’equilibrio delle masse figurative, così le masse arboree, il senso cromatico di bella brillantezza, valore assente nel modello incisorio, ecc. : aspetti che concorrono alla vena narrativa di attraente vivacità. Secondo la prassi più in uso nelle botteghe del tempo, il pittore ha trascritto in modo piuttosto fedele una delle vignette silografiche contenute nella Bibbia di Lione del 1566 (ESODO, Caput XV, p. 63), omettendo solo due personaggi sulla destra e due gruppi di figure che si allontanano sullo sfondo (c).

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
A plate, Urbino, Patanazzi, The performance of two gladiators

Estimate: Log in or create account to view price data

Description: Maiolica Diametro 44 Buono stato di conservazione Provenienza: collezione privata tedesca, Si tratta di un grande bacile con robusta tesa orizzontale e ampio cavetto liscio poggiante su largo e basso piede ad anello. Sul recto, a piena superficie, è raffigurata una scena ambientata all’interno di un’arena circondata da uno steccato, composto da grossi pali, dietro cui si accalcano uomini e donne; in primo piano, su un piano lastricato, al centro dell’arena sono raffigurati degli uomini ignudi, alcuni con elmo e scudo, che si affrontano impugnando spade e coltelli. Sullo sfondo si intravedono edifici, tra i quali un tempio rotondo, una torre, delle colonne ecc., probabilmente a evocare Roma. Sul verso, al centro del piede, su due registri è tracciata la legenda “SPETACVL.DVRO. DI./ COLTELATORI”, in blu e a caratteri capitali (b). Iconograficamente la scena ha il suo archetipo rinascimentale, specie per le tre figure centrali, nella nota incisione del Pollaiolo raffigurante la “Battaglia di dieci uomini nudi”, della quale esistono molti esemplari e copie, a dimostrazione dell’influenza che la composizione, forse ispirata a bassorilievi antichi, esercitò su molte opere successive di altri artisti.Tuttavia questa versione maiolicata risulta essere fedele trasposizione del soggetto di uno degli stucchi per un soffitto di palazzo Corboli a Urbino (c), attribuito a Federico Brandani, intorno al 1560-62 ca., trascritto contemporaneamente sulla maiolica servendosi di un disegno, di forma rotonda, come quelli ideati da Battista Franco e Taddeo Zuccari per i maiolicari d’Urbino, da trasferire sui vasellami dei servizi istoriati granducali, in particolare per il cosiddetto “Spanish service”: disegni che hanno in molti casi corrispettive redazioni maiolicate. Il tema del nostro piatto è tratto da un disegno di Taddeo Zuccari (d), dal quale furono ricavate altre reda- zioni, ascritte sia alla bottega dei Fontana (Mode- na, Galleria Estense:“VRBINO” 1559?, Stockholm, Nationalmuseum: 1560- 65 ca., e collezione pri- vata1) sia a quella dei Patanazzi (Birmingham, City Museum and Art Gallery: 1580 ca. )2: opere che c risaltano per una scelta tematica nell’ambito dei soggetti classici sviluppati nella maiolica italiana, che evoca un aspetto della cultura romana legato allo “spetacul duro” dei gladiatori nel circo, particolarmente dei cosiddetti “coltellatori”, come in questo specifico caso esplicita la legenda tracciata sul verso dell’opera. Non meno interessante è l’impianto della scena, animata dallo schieramento di innumerevoli personaggi, mentre comprimari risultano i gruppi serrati sullo sfondo. Ma è soprattutto sul primo piano che si concentra l’azione tumultuosa degli uomini che si sfidano, anatomicamente aderenti al manierismo classicista, che in Urbino dalla metà degli anni ’30 del ‘500 aveva avuto protagonisti come il “Pittore del bacile di Apollo”, del quale sembra una reminiscenza anche il piano di base a riquadrature prospettiche, disposte secondo linee con punto di fuga centrale. Stilisticamente l’opera manifesta i caratteri quasi “patanazziani” delle opere della fase matura della bottega dei Fontana d’Urbino, alla quale vanno ascritti anche la tipologia del bacile e le caratteristiche epigrafiche della legenda, che similmente ritroviamo, ad esempio, in altri bacili del Museo di Braunschweig3 e del Museo del castello di Varsavia4, con cui quest’opera condivide anche i dettagli delle architetture romane sullo sfondo e i tratti fisionomici delle figure. 1WILSON 1996, n. 150, pp 371-373. 2CLIFFORD- MALLET 1976, nn. 9, 9 a, 9b. Clifford e Mal- let suggeriscono che nelle tre versioni citate potrebbe trattarsi del tentativo dei Troiani di bruciare le navi gre- che e che la figuretta femminile che sovrasta il fondo, po- trebbe essere Elena. Per il piatto della Galleria estense, v. anche LIVERANI F. 1979, schede 28, pp. 92- 94. 3LESSMANN 1979, nn. 243- 248. 4SVIETLICKA 2010, n. 51: attr. Urbino, bottega dei Fon- tana, 1560- 65 ca. Bibliografia SOTHEBY’S London, 10th October 1978, lotto 131; SOTHEBY’S London, 9 July 2014, lotto 26. WILSON 1996, p 371 Fig. d.

View additional info
  Realised: Log in or create account to view price data
Sign in to continue
Email
Please enter your email.
Password
Please enter your password.
Forgot Your Password?
Enter Your Email
Please enter a valid email.
No user is registered with that email address.
Request Sent
Check to find your temporary password and password reset instructions.
Use your new password to Sign In.
 
Per page:
1
2